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Salone del mobile, il design italiano progetta un futuro sempre più verde

La sedia di Werner Aislinger cresce un po’ alla volta ed è insieme ecologico e autoprodotto

Milano: apre oggi l’edizione 2012. Il settore punta sull’export e sui prodotti eco-compatibili

Alte le aspettative degli espositori di questo cinquantunesimo Salone del Mobile, «un tutto esaurito di qualità», come proclama il comunicato del Cosmit, la società che l’organizza.

Oltre 2500 gli espositori istituzionali alla Fiera di Rho (da oggi al 22 aprile, ma aperta ai non addetti ai lavori solo il prossimo weekend), rampollanti ovunque le iniziative «fuori Salone», che servono a dare il polso culturale, sociale, mondano del settore, a verificarne gli indirizzi e i trend.

Alte le aspettative perché l’ottimismo è d’obbligo e perché se i dati del mercato interno denunciano la crisi (-9,7 per cento), quelli delle vendite all’estero sono eccellenti, con un incremento, nel 2011, del 4,3 per cento. Dunque, argomentano gli imprenditori, la competitività del prodotto italiano è intatta.

Vero, ma intanto le aziende non attrezzate per l’export soffrono la congiuntura negativa fino, anche, a perire. «Le imprese che abbiamo perso per strada in questo ultimo anno sono circa 1500», denuncia il presidente di FederlegnoArredo.

L’esportazione, dunque, è la grande valvola. E se la maggior parte dei prodotti destinati soprattutto all’estero è lussuosa, almeno nel prezzo (l’estrema finezza e la difficoltà della lavorazione spesso non è evidente all’occhio dell’inesperto, che vede mobili semplici, discreti, elegantemente modesti, addirittura poveri), anche il lusso rende omaggio ai tempi, indicando la necessità del risparmio energetico, del recupero delle tecniche artigianali, dell’ecocompatibilità.

In questo senso ci sembra paradossalmente emblematica la chair-farmplantation-furniture del designer tedesco Werner Aislinger, in mostra in via Ventura 5, la strada di Lambrate che ha sostituito, per prestigio dei prodotti esposti, l’ormai obsoleta via Tortona, un po’ troppo simile a un souk. Si tratta di una sedia (chair) che si definisce come arredo (furniture) e, nello stesso tempo, come prodotto agricolo (farm plantation). Sconcertante, no? La spiegazione dello strano nome è questa: la sedia si costruisce da sé crescendo lungo uno scheletro di metallo.

È, infatti, un vimine flessibile che viene piantato in un campo e fatto salire con appositi legamenti (come le viti nei filari, per esempio) sulla sua incastellatura. Giunto a conclusione il processo, l’incastellatura viene sfilata, il vimine tagliato al piede e lasciato seccare. Risultato finale, una sedia autocostruitasi «dal vivo».

L’oggetto di Aislinger è evidentemente estremo, provocatorio, ma talmente denso di significati da essere ineludibile. Tra l’altro, con la pretesa d’essere un prodotto agricolo, piantato e seguito da un contadino, allude a un’altra tendenza attualissima, quella dell’oggetto autoprodotto. L’autoproduzione è il contrario della megaproduzione e certo non è pensato per grandi mercati, ma punta sul risparmio nelle lavorazioni.

In via Procaccini 4, nel salone centrale della Fabbrica del Vapore, detto «la cattedrale», l’architetto Alessandro Mendini ha selezionato 180 progetti del genere, assegnando a ciascuno uno spazio di 1m x 2m sul pavimento, delimitato da strisce di scotch.

Seguendo l’autoproduzione è facile arrivare al prodotto artigianale «tout court», l’oggetto frutto di una tecnologia tradizionale con un design altrettanto tradizionale codificato. Recuperare questa tecnologia ma innestandola con il design è un’altra tendenza del momento.

Interessanti, per esempio, le sedute Superheroes di Cappellini, realizzate in Vietnam con la tecnica classica dei cesti di laggiù seguendo però gli input formali dello svedese Glimpt Studio (li potete vedere alla Fondazione Pomodoro, via Solari 35, occupata per intero dal gruppo Charme, di cui Cappellini fa parte).

Un altro modo di fare artigianato lo potete vedere al Museo della Scienza di via Olona 6, dove il designer inglese Tom Dixon ha creato una sorta di hub (sulla falsariga del suo spazio londinese) che ospita vari designer conterranei, videomaker, scenografi e, naturalmente, lui stesso e i suoi oggetti, tra cui sedie artigianali che vengono fatte lì per lì a richiesta.

Per tornare ai mercati stranieri, la Cina è certo il più importante. Per quel mercato Cassina ha chiesto all’architetto Mario Bellini un tavolo rotondo – in Cina non usano tavoli di altra forma – e l’architetto l’ha dotato genialmente di una piattaforma interna rotante, in vetro, perfetta per far girare da un commensale all’altro i tanti cibi che compaiono contemporaneamente sulla mensa cinese.

È l’esempio di un’altra imminente svolta produttiva, quella pensata apposta per le esigenze culturali e le abitudini domestiche dei diversi Paesi.

Per restare alla Cina, Alessi lancia un’iniziativa opposta: una collezione di oggetti firmati dal gruppo «(Un)forbidden City», otto architetti cinesi cui è stato chiesto di misurarsi con il tema alessiano del vassoio.

Tante sarebbero le cose da osservare e elencare ancora, le scoprirete girando in città. Vi segnaliamo solo l’ultimo, nostalgico trend, la riproposta dei vecchi maestri. Cassina con Charlotte Perriand, Molteni con Giò Ponti vi daranno autentiche emozioni estetiche.