Il super lusso e l’essenzial chic (declinato anche in chiave industriale), il vegano e il cinefusion, l’etico e il sostenibile, il vintage e l’avveniristico: i ristoranti sono sempre più un luogo di convergenza di buona cucina, di stile e di originalità. Architettura e design costruiscono la loro identità, attribuendo un valore culturale, sociale ed estetico all’esperienza gastronomica.

Come nasce un concept?

Ma come nasce lo stile di un locale, come viene costruito un concept? Un progetto è frutto del lavoro di diverse figure professionali, di lunghe interviste con i committenti, di sintesi e di ricerche di spunti, materiali e colori. “Oggi è importante differenziarsi nello stile e nell’idea complessiva, tentare di resistere alle mode per realizzare uno spazio il cui fascino duri nel tempo, con una spiccata personalità. Ed è necessario conoscere chi lo gestirà, perché alla fine i luoghi devono raccontare la storia di chi ci lavora dentro. O comunque portare un messaggio”: sono le parole di Tommaso Guerra, uno dei più quotati designer romani, con precedenti nel lettering e nella street art: ha curato l’allestimento di Romeow, il catbistrò del quartiere Ostiense, ispirato ai neko café giapponesi (bar e ristoranti in cui sono presenti piccole colonie feline).

Tanja Solci e la rivoluzione della Segheria

“Non esiste idea se non è in grado di raccontare una storia”: la pensa così Tanja Solci, direttore artistico e curatrice dell’immagine e dell’idea estetico-creativa della Segheria di Carlo e Camilla (o da Carlo e Camilla in Segheria), ristorante e cocktail bar d’eccellenza, nato dalla collaborazione con Carlo Cracco. Solci, con la sua formazione filosofica e innumerevoli incursioni nel mondo della comunicazione e dell’arte, ha vinto quest’anno il Wallpaper Design Award: nell’ ex edificio industriale, “ha elevato la semplicità della tavola comune facendole acquisire proporzioni epiche”. Sui due lunghi tavoli in legno trattati con colore bianco a pennello, intersecati tra loro, pendono lampadari di cristallo. Sono spenti, illuminati solo dall’esterno. Tutti gli elementi si fondono e Tania evapora: come su un palcoscenico diventa Camilla. Le sedute Cappellini si declinano al maschile con le Fronzoni ’64, al femminile con le Tate Color di Jasper Morrison. La tavola è vestita con un’inedita mise en place: una distesa di porcellane bianche e piatti dai decori diversi, selezionati nel fuori produzione di Richard Ginori. “Chef e ristoratori sono ancora acerbi rispetto al ruolo del design, lo ritengono superfluo. Invece è un elemento determinante per realizzare un progetto di successo”, spiega Tanja Solci.

In tour fra i ristoranti di design

Quella alla Segheria è una delle tappe del viaggio proposto da “Milano disegn restaurant”, prezioso volumetto a cura di Maria Vittoria Capitanucci, edito da Skira, che passa in rassegna diciotto location, celebrando l’intima essenza della città. Quella di una volta, classica e sfarzosa, dei ristoranti Savini e Biffi, quella dell’ Hotel Duomo disegnato da Giò Ponti, della pasticceria Dulciora, “con tatuaggi surreali e decorativi alle pareti”, progettata da Piero Fornasetti. E poi la Milano fine anni ’50 dell’Alemagna di Antonio Cassi Ramelli, icona del boom economico.

Dal Camparino alle latterie

Appartiene alla storia milanese anche il Camparino, “attivo e affascinante tra i mosaici primo Novecento a fianco della Galleria su piazza del Duomo”, il Cucchi a corso Genova, il Marchesi in via Meravigli. Come pure le latterie e i luoghi di charme: “L’avvolgente St. Andrews di Gianfranco Frattini, il Fiori Oscuri di Leonardo Fiori, il mitico Baretto, l’El Prosper di Silvio Coppola, l’organico El Toulà di Eugenio Gerli, l’elegante Verdi di Roberto e Gianmaria Beretta”.

Giardino punk-metropolitano al Pisacco

Si cambia secolo e atmosfera, e in via Solferino ecco Pisacco, con il suo giardino “punk-metropolitano” di erbe e piante infestanti sul muro: un bistrot contemporaneo progettato dallo studio Vudafieri Saverino. Al piano superiore c’è il bar , sotto si sviluppa il ristorante con piccolo giardino che in origine era un tratto della Conca delle Gabelle, la più antica di Milano. Grande attenzione per gli arredi: i mobili e le luci sono di Discipline, i tavoli in ferro grezzo e cemento sono realizzati su disegno e infine i lampadari bouquet in filo elettrico industriale sono del concept store parigino Merci.

T’a Milano, nuovo brand Alemagna

Marmi e gesso, lampade , tavoli e sedute in velluto: pezzi unici che creano l’atmosfera del T’a Milano Store Bistrot, un locale firmato dai fratelli Alemagna, Tancredi e Alberto, eredi della storica famiglia protagonista della tradizione pasticcera milanese. Lo ha progettato l’architetto Vincenzo De Cotiis. Il nuovo brand combina tradizione e creatività, è sintesi di storia e innovazione. In cucina lo chef bresciano Umberto Vezzoli, che compone ricette fusion ispirate alle tradizioni italiane combinate con i piatti del resto del mondo.

Priceless, installazione pop up sul tetto di Palazzo Beltrami

Priceless Milano è un’installazione a termine, un modulo pensato per essere spostato e posizionato su edifici preesistenti in situazioni di elevata visibilità. E’ in piazza della Scala, in cima a Palazzo Beltrami: disegnato dallo studio di architettura e design milanese Park Associati, il ristorante è come un teatro gastronomico ambulante, dove grandi chef provenienti da tutto il mondo sono invitati a esibirsi a rotazione in performance di show cooking davanti agli ospiti, non più di 24, tutti seduti allo stesso tavolo.

Design tra integrazione sociale, stile nipponico e atmosfere metropolitane

Il viaggio continua: una sosta alla Locanda alla Mano, gestita da ragazzi disabili. Il progetto è di Italo Rota, come quello del sontuoso Padiglione del vino di Expo (architetture romane con marmi, mosaici, capitelli, sculture). Si prosegue per la Terrazza della Triennale “Arts Foods” (progetto dello studio Obr di Paolo Brescia e Tommaso Principi), poi il Dry CocktailsPizza (atmosfera industriale, videoinstallazioni e giardino interno): come il Pisacco, lo Zazà ramen, ispirato alla tradizione nipponica, e il Ristorante Berton, dello stellato Andrea, (tavoli ergonomici, sedute Giorgetti, cucina De Manincor) sono stati progettati da Vadufieri Severino. Imperdibile la Princi Bakery (legno, strutture metalliche e pietra lavica) degli interiors Antonio Citterio e Patricia Vie. Il Björk Swedish Brasserie Side Store è dedicato al food e al design scandinavo, il Ceresio 7 Pools Restaurant è di Dean e Dan Caten, fashion designer canadesi, creatori del marchio Dsquared: il progetto architettonico è dello studio associato Storage, gli interni curati da Dimorestudio. Iyo combina geometrie dorate con la cucina giapponese: creato da Simone Nisi Magnoni e Sabrina Gallini è stato ristrutturato dall’architetto Carlo Samarati che posiziato un robatayaki in cucina (il barbecue tradizionale) e il banco del sushi. Radicetonda, bistrot vegano e biologico, è un’idea dell’architetto Lorenzo Cannavale, dello scenografo GuidoFornaro e del regista Guido Giansoldati, Un posto è Milano è bar, cucina e foresteria: spazio multifunzionale progettato da Luca Mercatelli all’interno della Cascina Cuccagna. Metalli, legni, ombre e trasparenze allo Zinc – Cocktail bar (Maag Design). E per completare il giro, una visita al padiglione per Expo 2015 di Slow Food, progettato dallo studio svizzero Herzog deMeuron: c’è tutto sulla biodiversità agricola e alimentare.