Nello studio delle meraviglie le forme di Fabio Novembre

UFFICIO PERSONALE

Una nave di luce eros e ironia. Entrare nel grande loft dell’architetto-designer è come
fare un viaggio in un futuro ludico e preciso, dominato dalla genialità delle linee curve

di ANNAMARIA SBISA’


Nello studio delle meraviglie le forme di Fabio NovembreFabio Novembre

Portone da sottomarino e cancello fiabesco, opere di Duilio Forte, di sapore retrò. Da adesso in poi, entrando nel loft a pianoterra, sarà tutto di Fabio Novembre, quindi altamente futuribile. Se il gruppo Memphis ha dato una spallata al design più classico, lui ha aggiunto eros e ironia, e ha segnato parecchio del nuovo presente. «Non vivo nel passato, non ricordo niente prima dei 18 anni quando sono arrivato a Milano, parto da lì». Da lì in poi, seguendo prima gli studi, poi il galoppare del suo immaginifico ludico visionario, l’architetto ha costruito un mondo tanto impensato quanto preciso. Novembre aggiunge sempre un pezzo: in ingresso, il divano And è un modulo replicabile all’infinito, a catena, anche rovesciandone il nome in Dna.

Lo studio di Fabio Novembre GLI ALTRI UFFICI André Malbert Francesca di Carrobio Alberto Alemagna

Alessandra Rovati Vitali Gianmaria Beretta Calogero Rindone Davide Giudici Luca Arminio Tatiana Souchtcheva Massimo Coppola Roberto Peregalli Monica Castiglioni Luca Lucini Lo studio legale Iannaccone I servizi di Pupigia L’agenzia Vigevani Annette Hoffman Giancarlo Caremoli Dario Cerquoni Franco Raggi Elena Cova Pecori Giraldi Luca Maria Pinoli Stephan Janson Centro Veterinario San Siro Moncada di Paternò Il Numero 9 Secretary.it Nauta Yachts Fondazione Ferré Yoox.com XGLab Umberto Angelini Sorelle Ascoli Cino Zucchi Famiglia Etro Agenzia Tita Alberto Saravalle Stéphane Lissner

Il gioco presuppone sapienza, il passato, nella sua estetica, c’è: «Scorriamo dentro un fiume dagli argini potenti, tutta la cultura accumulata». Sponda prediletta, il design radicale degli anni Settanta: «Steve Jobs è figlio della loro libertà». Stato d’animo che Fabio coltiva, indossando a volte la maschera da gorilla: «Per ricordarmi chi ero». Senza allargarci ai tempi delle caverne, torniamo al 1988, una sedia in legno vince un concorso, BB la produce, lui ha 22 anni. E da lì? «E da lì niente, non mi sentivo strutturato, ho continuato a studiare». Si comincia nel 1994, laurea in architettura e scuola di regia alla New York University, ha studiato abbastanza. Inizia quindi una storia d’idee, visioni che lui racconta a parole, non sa disegnare, perché diventino reali. Lo immaginiamo molto in Internet, infatti seleziona e archivia immagini, una su 1000, intercettate in un batter d’occhio.

Cosa ti attira? «L’eros». Che stemperi come? «Non lo stempero proprio. Il mondo è organico, non siamo fatti a triangoli». Cerchiamo qualche spigolo, operazione fallimentare, parliamo delle curve. Siamo seduti sulle HimHer, sedie che rivisitano la Panton Chair, un’ossessione, la trovava insuperabile. Poi ne ha intercettato il limite, ovvero il pregio: «Troppo perfetta. L’ho sporcata di vita, l’ho resa uomo e donna». La differenza la fa il sedere, quello sagomato su cui poggiano i nostri rispettivi, mentre il piano su cui poggiamo i gomiti riproduce la pianta dell’isola di Capri, un puntino rosso segna Villa Malaparte. «C’è sempre una storia dietro le mie forme, un racconto».

Quello dello studio: una nave, noi siamo sulla prua, il soppalco con la scrivania del capo, ovvero il timone, a poppa c’è la sala macchine, costellata di assistenti e computer, in mezzo il ponte dove si naviga in libertà. «Sono per la liquidità totale». Ben tradotta nelle forme e nell’uso di materiali di sintesi, molto vetro. Il senso di Fabio per la luce: naturale di giorno, inondati dall’alto, di notte faretti o linea fluorescente, sempre dall’alto. Sfarfallio del neon sì, abatjour, no: «Dobbiamo testimoniare il nostro tempo, il passato non può essere letterale. E smettiamola di sventrare montagne per tappezzare il bagno di marmo».

In sala macchine, ci sono le nuove HimHer di sintesi trasparente (il gioco si fa totale) e le Happy Pills, vasipillole della felicità, in vetro. Sul ponte, oggi s’incrociano poltrona Nemo e divano Divina, la piantina del Museo del Design, stesse dimensioni del tavolino SW416 (nastro lungo 4 metri e 16 centimetri, però annodato, difficile controllare) una 500 Fiat finalmente in scala reale, però di plastica, uno scooter con cui Novembre gira per la città e poi rientra in studio: parcheggia.

Le regole le fa lui, e le disfa pure. In questo tempo abbiamo visualizzato, tra mille cose, musica di Puccini, fotografie di David Bailey e Tazio Secchiaroli, doppione di Andy Warhol in libreria («ha segnato la seconda metà del secolo scorso»), serpente buddista, mano africana, lucertole marocchine in budello, campanella degli spiriti di Singapore, maschera dei morti tibetana, blocco di teak a divano («come avere l’anima di un albero»), macchina dei sogni dell’Atelier Van Lieshout. Insomma: il bisogno di contatto con l’aldilà, anche del mondo. Senza trascurare questo, certamente: Pinocchiocompasso, Ken in croce e Venere fluorescente ci tranquillizzano.

Article source: http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/02/05/news/nello_studio_delle_meraviglie_le_forme_di_fabio_novembre-29345755/