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Sette big del mondo della moda, del cinema e del design riceveranno il  Premio PIramide dell’Eccellenza il prossimo 26 aprile a Firenze. Ad assegnarlo è Accademia Italiana, istituto fondato 28 anni fa dall’architetto Vincenzo Giubba,  eccelllente esempio in Italia e nel mondo per la formazione sul made in Italy. A scegliere i “vincitori” sono gli allievi stessi dell’Accademia. Un’iniziatova che l’architetto Giubba presenta af Affari.

Come nasce l’idea di questo premio?

“E’ un’idea mia e dello scenografo Gianni Quaranta, vincitore del premio Oscar per “Camera con vista”. Ci siamo detti: ci sono tanti concorsi per i giovani, ribaltiamo la situazione. Facciamo che siano le nuove leve a premiare i grandi maestri. Oltretutto così offriamo ai giovani un modo per entrare in contatto con i grandi stilisti. Nel corso degli anni i nomi più grandi della moda, del cinema e del design”.

Lei ha saputo abbinare in maniera esemplare l’italianità e il rapporto con l’estero. Come?

“L’idea della Accademia nasce a inizio degli Anni Ottanta quando l’Italian Style era diventato un simbolo internazionale, ma era ancora carente dal punto di di vista della formazione, a parte la presenza di qualche accademia di Belle Arti. Così ho pensato di dare a questa realtà uno spessore culturale maggiore. Fin dalla nascita dell’Accademia abbiamo messo in primo piano il rapporto con l’estero: organizzavamo sfilate a Berlino quando c’era ancora il Muro. Abbiamo instaurato rapporti con le università di tutto il mondo, perché è nel nostra dna essere internazionali. A Firenze il 50% dei nostri studenti è italiano, il 50% straniero. A Roma, invece, viene dall’estero il 20% degli iscritti”.

Vincenzo Giubba
Come sono cambiati il mondo della moda e del design in questi decenni?

“Ci troviamo di fronte a due mondi completamente diversi. Negli Anni Ottanta la creatività italiana ha avuto successo perché c’era una carenza industriale: avevamo tante piccole realtà e un artigianato molto ricco. Quello che contava era il maestro, il creativo, l’artigiano appunto. E su questo abbiamo costruito la nostra forza. Oggi invece siamo arrivati all’idea italiana, ma con produzione cinese. Ora conta il brand, più che lo stilista o il disegnatore come artisti in sé. E alla base c’è il lavoro di team: bisogna imparare a essere creativi in squadra, anche a livello internazionale, pronti a collaborare a distanza. Non ci sono più l’artigiano o il grande sarto che diventano famosi”.

Che cosa dovrebbe fare il governo?

“Sicuramente servirebbe sostegno, tra l’atro non solo per questo settore. E’ un discorso più ampio che riguarda il nostro Paese per intero. In ogni campo ci sono singole genialità, che non riescono però a fare squadra. Emergono, ma a fatica. Bisognerebbe favorire la collaborazione”.

Un consiglio ai giovani che vogliono emergere?

“Due. Il primo è “anima e corpo”, che tra l’altro è anche il tema suggerito agli studenti per le loro opere di fine anno. Con un doppio significato: artistico ad ampio raggio, dai tatuaggi agli oggetti sacri, ma anche motivazionale. Bisogna mettercela tutta. Il secondo consiglio è quello di non vivere troppo ‘sulle nuvole’. Siamo artisti, è vero, ma rimaniamo legati al mercato. Usiamo la nostra creativià cercando di essere concreti. Infine, aggiungo di essere pronti a girare il mondo”.

A questo proposito, quali sono i Paesi che stanno ermegendo e di cui tener conto?

“Sicuramente la Cina e anche il Brasile. Non sono più Paesi che vendono all’estero, ma ora sono Paesi in grado di acquistare dall’estero, stanno emergendo come ‘clienti’. La Cina è diventato il primo importatore di Ferrari al mondo”.