«Fossi nato a Honolulu oggi sarei probabilmente un discreto surfista». Ma Matteo Ragni, 40 anni fa, è nato a Milano, a pochi passi dalla vecchia Fiera, e questo ha certo influito sulla sua scelta di diventare un designer. «L’ambiente in cui cresci, le persone che frequenti, le cose che vedi incidono molto sulla nostra formazione – dice –. I miei genitori mi portavano a vedere fiere e mostre di cui magari non capivo molto, ma che hanno contribuito a formare il mio gusto, il mio senso della bellezza».

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Gli oggetti «cool» di Matteo Ragni

Gli oggetti «cool» di Matteo Ragni

Quando ha deciso di diventare designer?

A 19 anni, dopo un viaggio in California, mi sono iscritto alla facoltà di Architettura del Politecnico, con il sogno di progettare grattacieli. Ma poi ho capito che non era affatto semplice, e soprattutto che il progetto di un grattacielo è legato a molte e diverse figure professionali, non tanto all’architetto. Nel frattempo mi ero innamorato del design e al secondo anno ho deciso di andare a lavorare in uno studio. All’epoca però non c’erano opportunità di stage come oggi, per cui mi sono arrangiato per conto mio e sono entrato nello studio di Carlo Pagani, un ex allievo di Gio Ponti. Allora aveva 80 anni, era alla fine della sua carriera e voleva scrivere un libro sul suo lavoro. Per cinque anni credo di non aver tirato una sola linea per lui, ma in compenso mi sono trovato immerso nel clima di fermento del design milanese del dopoguerra, attraverso i suoi racconti e lo studio dei materiali che raccoglievamo per comporre il libro.

Non proprio il classico tirocinio…

La mia formazione è tutta particolare. Credo che per fare questo mestiere conti più la passione per il design che il percorso di formazione. Mi sono laureato tardi, a 29 anni, ma nel frattempo ho lavorato, ho insegnato, ho realizzato il progetto con cui ho vinto il Compasso d’oro.

Lavorarva su commissione?

No, di giorno insegnavo allo Ied, e poi al Politecnico, mentre di sera facevo i miei progetti nel bilocale che condividevo con mio fratello, su un computer scassatissimo: per lo più piccoli oggetti, anche molto naif – ho sempre avuto un vero e proprio culto per gli oggetti. L’incontro decisivo è stato quello con Giulio Iacchetti con cui, nel 2000, abbiamo presentato il Moscardino, che l’anno dopo ha vinto il premio dell’Adi. Un piccolo utensile che univa cucchiaio e forchetta e dava all’usagetta la dignità di un prodotto di design, realizzato con materiali biodegradabili.

Un progetto quindi legato, almeno come ispirazione, alla città di Milano.

Sì, era un oggetto che mancava nella Milano dell’aperitivo, e per questo Pandora, l’azienda che lo ha prodotto, ci ha creduto. Poi è entrato persino nella collezione permanente del Moma di New York: è stato un susseguirsi di vicende fortunate. Pensavo che, dopo questo episodio, io e Giulio saremmo stati sommersi di proposte, invece non è stato così, perché in questo mestiere vincono la serietà e la perseveranza. Non credo e non condivido il sistema alla De Filippi, del successo rapido e facile, delle apparizioni «one shot». Nel design il talento e i soldi non bastano: è una strada dura, bisogna crederci.

Ma da qualche parte bisogna pur cominciare: le scuole di design non sono un’opportunità per i giovani?

Certo, le scuole aiutano, danno gli strumenti, creano le occasioni di incontro e confronto. Nel mio caso, il Politecnico è servito a darmi quella struttura mentale e quell’attitudine al progetto che sono la forza del design italliano. Ma la scuola non fa il designer, ci vuole un fuoco, una passione. La scuola è un acceleratore del destino, ma a fare la differenza non è l’ultima versione del Mac: sono la qualità umana delle persone, l’incontro di teste pensanti, la disponibilità a farsi contaminare e recepire gli stimoli. Una cosa che ho imparato attraverso l’insegnamento all’estero.

Come non bruciarsi?

Il problema di molti designer è che sono spesso ego-designer, con un gran desiderio di emergere. Invece il senso di questo mestiere è lavorare non per se stessi, ma per una comunità, producendo idee e servizi. Un designer fa politica, nel senso alto del termine. Questo era lo spirito del design del dopoguerra e ce n’è bisogno anche oggi, perché proprio come allora c’è un’Italia da ricostruire.

Per questo lavora tanto con i giovani?

L’anno scorso ho smesso di insegnare nelle università e scuole per portare avanti la mia idea di formazione, che si ispira alle botteghe rinascimentali. Nel mio studio, aperto nel 2006, lavorano otto ragazzi fissi e alcuni collaboratori, molti dei quali sono miei ex studenti. Insegno il mestiere a questi ragazzi, li spingo a partecipare ai concorsi, condivido con loro i progetti e i clienti, perché credo che la generosità crei un circolo virtuoso.

Anche il suo nuovo progetto va in questa direzione?

Sì: Gate3 è un progetto di “temporary studio” che presentiamo al Salone del mobile. In questo spazio faremo incontrare giovani talenti e aziende che decidono di investire su di loro. I primi a crederci sono stati quelli della Campari, che hanno una lunga tradizione di mecenatismo. L’idea è dare a ragazzi meritevoli l’opportunità di lavorare su progetti concordati con le aziende.

Insomma lei diventa una specie di mediatore tra giovani e aziende?

La mia passione è mettere assieme le competenze, creare occasioni di incontro tra talenti e business. Il designer non è solo un creatore di oggetti, ma anche un connettore di idee e capacità.

Altri suoi progetti recenti?

Al Salone sono presente con l’allestimento del Temporary showroom Alpi in Corso Garibaldi. Di recente, per gli 80 anni della Campari ho rivisitato la mitica bottiglietta di De Pero. Non ho osato toccare un’icona del design, mi sono limitate a farle indossare un nuovo abito. E restando agli anniversari, per i 50 anni di Jannelli Volpi ho allestito Wallpaper Revolution in via Melzo 7.

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