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Gentile dottor Augias,

mi scusi se inizio dalla fine del suo articolo del 16 novembre. Lei scrive che sono “in tempo per rimediare a questa vergogna”.

La voglio informare che, a proposito di vergogne, è da oltre venti anni (agosto 1991) che vivo con una scorta della Polizia e che vado in giro per l’Italia, soprattutto nelle regioni meridionali, per cercare di rimediare ad una delle più gravi vergogne del nostro Paese: la presenza delle mafie, il loro condizionamento sulle imprese e gli imprenditori, causa non ultima delle attuali condizioni di questa parte d’Italia dove l’assenza della libertà d’impresa ostacola la valorizzazione delle straordinarie risorse di regioni come la Sicilia o la Calabria.

Un’altra considerazione personale prima di entrare nel merito della questione. Lei scrive: “non so chi sia l’assessore Grasso”. Per fatale ironia, nella stessa pagina della sua rubrica e lo stesso giorno, appare un affascinante articolo che nel titolo parla di “corsi e ricorsi storici”, una citazione questa che mi ha sollecitato il ricordo di un altro articolo, incredibile ma vero, sempre sulla stessa pagina pubblicato proprio dieci anni fa. Si trattava della rubrica di Michele Serra (“L’amaca”): da pochi giorni il governo Berlusconi mi aveva cacciato dall’incarico di Commissario antiracket e questa decisione aveva sollevato un’ondata di indignazione. Quella mattina di ognissanti del 2001 Michele Serra, ricostruendo la vicenda, confessa di coltivare un’ipotesi “estrema” circa le ragioni della scelta berlusconiana: “Che non sapessero assolutamente chi fosse [Tano Grasso]. Solo un vago ‘è uno dei loro quindi leviamocelo di torno’. E una sostanziale misconoscenza dei fatti, degli umori, delle persone, dei lutti e delle lotte. Con conseguente sorpresa, e magari rincrescimento, quando si sono accorti che Tano Grasso era Tano Grasso”.

Veniamo al dunque. Lei insinua che possano esserci ragioni “ignobili” a motivare, come lamenta il responsabile di un’associazione culturale locale, la decisione di “azzerare i concorsi nazionali ed internazionali di musica e la stagione concertistica”.

Quando diciotto mesi fa Gianni Speranza mi chiese di fare l’assessore al Comune di Lamezia Terme accettai a condizione di assumere l’incarico di responsabile delle politiche culturali. Per venti anni mi ero trovato a confrontarmi con le organizzazioni mafiose, in Sicilia, in Puglia, in Calabria, in Campania, nell’esclusiva prospettiva del risultato giudiziario (convincere e assistere gli imprenditori a denunciare nei tribunali); di questa impostazione nel tempo ne avvertivo sempre di più i limiti e, soprattutto, avvertivo la necessità di un intervento alla fonte del radicamento mafioso (l’omertà). Dichiarai subito che l’obiettivo del mio impegno amministrativo sarebbe stato quello di provare a togliere l’ossigeno alla ‘ndrangheta: “Se con le sentenze di condanna si arrestano i mafiosi, con la promozione culturale si toglie loro l’ossigeno, si riducono quegli spazi di legittimazione ancora così presenti nella nostra comunità, si offre alle giovani generazioni una possibilità diversa attraverso valori e idee opposte a quelle che costituiscono ragione di forza non secondaria per le organizzazioni mafiose”. Per ottenere questo risultato indicavo la necessità di sollecitare la creatività, di valorizzare i talenti, soprattutto tra i giovani, come un modo di combattere la mafia con strumenti diversi da quelli della repressione. Queste idee le ho rese pubbliche in un documento di diciotto pagine sottoposto al più ampio confronto nella comunità a settembre del 2010 (consultabile sul sito del Comune), pochi mesi dopo il mio insediamento. Tutto questo nella convinzione che fare politica culturale in terra di mafia è cosa assai diversa che farla a Ravenna o a Treviso.

Nei mesi successivi si è proceduto, quindi, secondo una consapevole e meditata scelta di campo, certo con tanti limiti, a partire da quelli miei personali.

Porre al centro dell’iniziativa culturale il tema del contrasto alla ‘ndrangheta ha rappresentato una significativa novità, ovviamente contrastata da diversi soggetti. Si è provato a costruire un modello, forse unico nel Mezzogiorno. Puntare sui giovani non solo come fruitori di iniziative culturali ma come protagonisti, artefici di nuovi linguaggi espressivi, soggetti di creatività artistica. E in tal senso il Comune ha utilizzato una parte delle proprie risorse. “Capusutta” è stata sicuramente l’iniziativa più esemplare, il paradigma. Si è realizzato un laboratorio teatrale di nove mesi che ha consentito a ben sessanta ragazzi (di cui ben la metà rom) di essere protagonisti di un processo creativo e di integrazione sotto l’autorevole direzione di Marco Martinelli e con la partecipazione dei ragazzi di Punta Corsara di Emanuele Valenti: il prossimo 16 dicembre venga a vedere lo spettacolo che è stato messo in scena al teatro Valle di Roma.

L’utilizzazione del palazzo Panariti, trasformato in casa della creatività e della cultura, rappresenta un altro aspetto del paradigma culturale: una struttura non utilizzata del Comune è stata destinata a laboratori di pittura, di musica, di teatro, di cinema. Non limitarsi a offrire spettacoli, pur dignitosi, ma far diventare i giovani calabresi artefici di creatività. Il cambiamento non si realizza con gli spettatori, ma con giovani che costruiscono.

Un’altra esperienza è stata quella di Trame, il primo festival in Italia dei libri sulle mafie. Non solo hanno partecipato 135 ospiti tra magistrati, scrittori, studiosi, giornalisti (tutti gratuitamente), i più rappresentativi a livello nazionale e internazionale per presentare 53 libri; non solo Lamezia ha avuto una visibilità sull’informazione italiana e straniera (per tutti valga l’articolo dell’Economist); ma si è realizzato un evento con una partecipazione mai vista di giovani e di cittadini, con migliaia di persone (12.000 !) a riempire per cinque giorni le piazze della città sino a notte fonda.

So bene che si è trattato di poca cosa, ma in un territorio così difficile e complesso come la Calabria ha rappresentato una inversione di tendenza.

C’è poi un altro aspetto coerente a questa innovativa impostazione. Riguarda i criteri di selezione della spesa pubblica secondo principi di assoluta trasparenza. Di fronte ad una situazione assolutamente cristallizzata nell’uso delle risorse pubbliche, sino a rasentare una situazione di quasi monopolio, si è deciso di spezzare privilegi e di aprirsi al più ampio confronto di proposte. Il nuovo regolamento approvato prevede che ogni associazione culturale può presentare progetti suscettibili di finanziamento che saranno valutati da una commissione indipendente attraverso un confronto comparativo. Ciò è stato oggetto di un ampio dibattito con tutte le associazioni.

Di tutto questo Lei non ha dato alcun conto nel suo articolo del 16 novembre, ha “azzerato” ogni iniziativa.

E a proposito dell’AMA Calabria Lei ha avallato una menzogna pacchiana. Il rappresentante dell’associazione scrive che “tutte le procedure consuete in una democrazia, o più semplicemente in una corretta gestione amministrativa, sono state ignorate” e lamenta che nessuna motivazione è stata fornita. Sarebbe bastato poco per cogliere la falsità di simile affermazione. Sarebbe stato sufficiente collegarsi ai siti locali d’informazione e a quello del Comune per prendere atto delle dichiarazioni dell’amministrazione comunale: ad esempio, avrebbe trovato un comunicato di due pagine e mezza dell’11 marzo; mentre nel comunicato del 18 maggio, avrebbe letto una dichiarazione del sindaco che conclude così: “[…] per tempo, abbiamo cercato di concordare con tutti, e quindi anche con l’AMA nel corso di numerosi incontri, i tagli necessari dicendo quanto quest’anno potevamo investire a sostegno dell’associazione e delle sue attività, compatibilmente con la nuova situazione finanziaria degli enti locali. E’ stata, quindi, l’associazione a scegliere dove e come destinare l’intero ammontare dei contributi comunali previsti per il 2011. E’ quindi dell’AMA la scelta di non tenere il concorso”. Queste parole del Sindaco smentiscono l’altra parte della bugia (che “l’assessore ha deciso tutto da solo”): si è sempre trattato di decisioni collegiali. Probabilmente, questa affermazione serviva per evocare chissà quale “ignobile” motivazione, un accanimento –chissà poi perché- dell’assessore verso l’AMA. Nessun accanimento, stia tranquillo su questo dottor Augias, semplicemente un dovere istituzionale.

A tal proposito mi consenta di rappresentarLe due gravi anomalie. Un’associazione culturale non può far dipendere la propria attività esclusivamente dai finanziamenti del Comune: altrimenti sarebbe una partecipata comunale gestita da privati. L’obiettivo dell’amministrazione è stato quello di aprire l’accesso ai finanziamenti a tutte le associazioni, il nostro dovere è quello di far emergere nuovi talenti e quello di garantire tutti allo stesso modo, secondo il merito di ognuno, offrendo uguali opportunità (a questo servirà il nuovo regolamento).

Ma, soprattutto, l’AMA gode di una assai strana convenzione che impegna il Comune a finanziare con cento mila euro l’anno la scuola di musica e a garantire il costo del fitto dei locali. Non conosco alcuna scuola privata che viene finanziata in una misura così rilevante dal bilancio di un Comune. Mi auguro che presto il consiglio comunale possa porre rimedio a questa grave anomalia, che fa, comunque, dell’AMA Calabria l’associazione che riceve la somma ben più consistente di tutte le altre iniziative presenti sul territorio, e non di poco, anche nell’anno 2011, un anno di grandi tagli al bilancio.

In conclusione, mi permetta di esprimerLe la mia amarezza per quanto da Lei scritto. Lei ha tutto il diritto di pensare quello che vuole, è un suo diritto assumere e far proprio un punto di vista parziale e di valutare come meritevole di un “interesse nazionale” la decisione di ridurre il finanziamento ad un’associazione privata da 170.000 a 100.000 euro e, di conseguenza, ritenere che tale decisione renda più “derelitta” la Calabria. E’ un problema che riguarda solo il Suo senso della misura e delle proporzioni. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di sottrarmi alla tentazione dei giudizi morali e degli anatemi. E’, invece, un problema anche mio quando Lei scrive su un così autorevole quotidiano che ogni giorno compro dal suo primo numero dai tempi del liceo. Lei, come giornalista di Repubblica, ha il dovere di offrire un’informazione completa: Lei ha questo dovere e io ho questo diritto, lo ripeto, soprattutto, in quanto lettore di un quotidiano così sensibile ai problemi dell’informazione nel nostro Paese. Lei, purtroppo, a questo dovere è venuto meno.

Una sola cortesia Le chiedo infine, con rispetto per la Sua autorevolezza. Per pietà, non usi più l’espressione Calabria “derelitta”. La Calabria non è terra facile, ha un presente segnato da una mafia potente e attiva in tante manifestazioni della vita quotidiana. E’ terra difficile ma possibile: per questo, per tentare di dare un contributo per un destino diverso, con umiltà ho deciso di mettermi in gioco in un’esperienza a perdere (nel  senso che non avevo nulla da guadagnare). Peccato che una parte dell’intellighenzia nazionale non riesca neanche lontanamente a capire cosa è questa regione e continui a perdersi in un’ipocrita retorica. Alibi per tutti.

Con stima sincera, voglia gradire distinti saluti

Tano Grasso  

Lamezia Terme, 24 novembre 2011.