di Igor Cipollina


MILANO. La crisi è oltre i vetri, sotto il tappeto, ai bordi del quadro. Una macchia sulla cornice da cui tutti si affannano a distogliere lo sguardo. Da ieri Milano è tornata a farsi liquida e spensierata, una metropoli da bere nel fondo degli aperitivi e nelle flute di champagne (così fino a domenica). Capitale del design, vetrina di creativi. Alla Fiera c’è il Salone del Mobile, in città il Fuorisalone. Una lunga scia di inaugurazioni, chiacchiere, strette di mano. Fermento di idee e mondanità spinta. Sempre più veloce. Una sbornia che lascia un poco smarriti e molto ammirati. Gli organizzatori del Salone attendono 170mila stranieri, per le vie di Brera è già fermento. Con tanto di bandierine a segnalare i confini del district design.

Per entrare da Agape 12, il concept store dell’azienda mantovana d’arredo bagno, occorre mettersi in fila. Sempre che il nome compaia nella lista degli invitati, altrimenti tocca desistere. «Siamo un attimo in overbooking» sbarrano il passo all’ingresso, col sorriso complice. Basta varcare la soglia per rendersi veramente conto di cosa voglia dire concept store: appese a una parete, le maniglie Colombo sembrano comporre un’opera d’arte, come la colonna di padelle Knlndustrie. Anzi no, non padelle, ma “strumenti di cottura”. Le vasche Agape, poi, sembrano sculture. Ecco, un concept store è un negozio che sublima il dato commerciale in esperienza. È come entrare in casa d’altri, se non fosse che pure l’accenno di disordine è studiato. L’inaugurazione, poi, accelera l’inventiva. Le flute si pescano da una vasca circolare, tazzine e cucchiai dal lavandino, le fragole da accompagnare alle bollicine formano una piramide su un tavolo rotondo, pane e salame si prendono con le mani. Casereccio chic.

Il negozio (concettuale) è bello largo, 850 metri quadrati distribuiti su quattro livelli. I fratelli Benedini, Emanuele e Giampaolo, raccontano di aver sistemato tutto in un paio di mesi. Decisi ad aprirsi una finestra su Milano e da qui sul mondo, con cui già commerciano. Adesso è il momento dei saluti, dei sorrisi, delle foto di gruppo: tutti insieme con Bibi e Camilla, moglie e figlia di Giampaolo. Ora è il momento di festeggiare, agganciando l’onda del Fuorisalone. Robusta la schiera dei mantovani, capeggiata dall’architetto Federico Fedel che tiene la cartolina di Mantova Creativa nel taschino, a mo’ di pochette.

Ragiona della crisi economica che alimenta la povertà di idee (ma la relazione è speculare) e dello specifico della creatività mantovana, capace di esprimere realtà forti ma troppo sfilacciate. Senza contatto tra loro né con le imprese del territorio. Il rischio degli artisti è che si avvitino nell’autoreferenzialità, concorda Benedini, occorre stringere le maglie e mettere in circolo le idee. Contaminarle.

Calice in mano, l’architetto Vittorio Longheu si concede a una riflessione sul Salone del Mobile, “macchina per fare soldi” che marcia come se l’orologio fosse fermo ai tempi d’oro. E così tutta l’industria del design, che minaccia di annegare senza salvagente. Come ci si salva? «Riscoprendo l’etica e la coscienza dei materiali». In una parola, la democrazia del design, che deve essere bello e funzionale. Stile Ikea.

Quando il filtro all’ingresso si fa più morbido e il brusio diventa cicaleccio, è ora dei saluti. Alessandro Boninsegna, designer pure lui, fa strada per Fondamenta Jahier, vecchio edificio industriale recuperato in via Solari. La padrona di casa, Ilaria Jahier, mantovana, ha ricavato uno spazio espositivo nel salotto. “Anatomia del design” è titolo e tema della mostra, allestita da Boninsegna e organizzata da Modi e Toni (Valentina Policci), agenzia di comunicazione dell’azienda Marameo. Tutti mantovani, come Lauro Melotti, che espone le sue borse. Il sapore della mostra, però, è internazionale. Israele, Germania, Ungheria, Portogallo, Stati Uniti e Italia. Una babele di accenti, sguardi, idee. Una scheggia di mondo nella Milano da bere, a piccoli sorsi perché non finisca troppo presto.