pubblicato domenica 6 novembre 2011
Non sono questioni nuove. Evoluzione o rivoluzione, riutilizzo del passato oppure rifiuto dello stesso: tra questi due poli si dibatte da decenni il design industriale italiano di arredamento, e con maggiore intensità rispetto agli altri paesi occidentali. Saltando nel tempo tra alcuni designer protagonisti della storia italiana e della mostra del Meet Design, vediamo costantemente alternarsi le due vie, spesso anche nella vicenda di un unico progettista. Dagli anni ‘50 Achille Castiglioni, con Livio e Pier Giacomo e insieme a tutto il resto della sua variegata produzione, rivisita stili precedenti con arredi quali la poltrona neoliberty Sanluca, e riassembla oggetti comuni in nuove combinazioni, come lo sgabello Mezzadro ottenuto da un sedile da trattore, lo Sgabello per Telefono con una sella di bicicletta, la lampada da terra Toio ricavata da un faro di automobile. Sul fronte dell’inedito, alla fine degli anni ‘60 Joe Colombo inventa i suoi “habitat del futuro”, microambienti integrati e trasformabili mai visti prima. Nello stesso periodo il trio De Pas, D’Urbino Lomazzi crea ex novo il mobile gonfiabile con la poltrona Blow, longeva icona pop. Poi, nel 1978, con oggetti di “redesign” come la poltrona  Proust, Alessandro Mendini comunica il concetto che il design innovativo non è più possibile perché tutto è già stato inventato. Dal 1981 al 1988 si oppongono a questa idea i designer del gruppo Memphis, rivendicando le perduranti possibilità creative del design attraverso oggetti audaci, ironici ed eccentrici. Oggi Matteo Thun, ex membro di Memphis ma già nel 1985 autore del manifesto “The Baroque Bauhaus”, dichiara: “Credo sia inutile disegnare la millesima sedia per l’ennesimo Salone del Mobile. Si produce l’80% di oggetti inutili in quanto esistono già mille, duemila oggetti uguali fantastici. Per quale motivo aggiungerne altri?”  E allora, chiede l’intervistatore, perché avete disegnato una nuova lampada? “Perché allora abbiamo accettato di disegnare una lampada? Dove è la novità? Nel fatto che a partire da gennaio 2010 le fonti luminose non possono più essere a incandescenza ma a fluorescenza oppure led”.

Probabilmente è questo il punto: tante sono le ragioni per recuperare quanto già prodotto, primi tra tutti i fattori di sostenibilità economica e ambientale, e altrettante per continuare ad inventare altro. Quando i nuovi materiali e le nuove tecnologie permettono il disegno di oggetti evoluti rispetto al passato, investire sul nuovo ha un valore di progresso tanto funzionale quanto estetico.
Da parte loro le aziende italiane, ultimamente, da un lato rinnovano con cautela le loro collezioni, con le icone storiche quasi tutte ancora in distribuzione, e le riproduzioni originali in lotta contro le copie non autorizzate. D’altra parte, le stesse aziende cercano la firma delle star  internazionali del design quando investono in nuovi prodotti. Il che apre un’altra questione: quella delle prospettive per la nostra nuova generazione di creativi. Per loro sarà difficile replicare la fama mondiale ottenuta dai predecessori negli anni ‘50 e ‘60, quando ci fu una rara convergenza di fattori positivi, quali nuove importanti risorse economiche e tecnologiche e un tessuto di piccole aziende familiari capaci di crescere e scommettere sul nuovo.

Fortunatamente ci sono anche spiragli di luce, come dimostra l’ultima edizione del Compasso d’Oro che ha premiato due trentenni. Odoardo Fioravanti, classe 1974, ha vinto con la sedia Frida prodotta da Pedrali, e Brian Sironi, classe 1977, con la lampada Elica prodotta da Martinelli Luce. Entrambi gli oggetti, esposti al Meet Design, sono stati creati utilizzando nuove tecnologie: il primo una tecnica di lavorazione del legno che permette di creare forme complesse con superfici sottili, il secondo sorgenti luminose a led e un sistema innovativo di generazione della luce che elimina l’interruttore. Ancora qualcosa da inventare quindi, oltre le glorie e i miti del recente passato.