Milano, 22 aprile 2012 – Il settimanale Time l’ha inserita in un’élite di cervelli visionari. L’altrettanto celebre Art Review l’ha definita una delle cento persone più potenti del mondo dell’arte e del design.
Lei è Paola Antonelli, quarantenne milanese, curatrice del dipartimento di Architettura e Design del MoMa di New York. Infanzia trascorsa a Ferrara, poi il Collegio delle Fanciulle a Milano e la laurea al Politecnico.
Prima di sbarcare, a 30 anni, in uno dei musei più conosciuti al mondo ha insegnato alla Ucla di Los Angeles, organizzato mostre come freelance tra l’Italia e il Giappone e scritto, da inviata, sulle più prestigiose riviste di architettura. Poi l’annuncio, letto su un giornale, per il posto al Moma: «Ho risposto e mi hanno chiamata». Sogno americano.

Da allora si è data una missione: far capire al mondo che i designer sono prima di tutto intellettuali universali, anche un po’ sociologi e che il design è molto, molto di più di una bella sedia. «Tante volte mi chiedo dove vadano a finire tutti i divani, le poltrone e le lampade che vengono prodotte – dice scherzando – è un po’ come quando ci si chiede che fine fanno i palloncini meravigliosi e colorati che volano in cielo». Sdoganare la forma e privilegiare l’approccio empirico è la nuova frontiere del design di cui Paola Antonelli, dal MoMa, si è fatta ambasciatrice. Un esempio per tutti: è stata lei ad inserire la chiocciola di internet nel tempio dell’arte newyorkese, quando l’idea sembrava davvero strampalata. Sempre lei ha accolto al MoMa i 23 principali caratteri tipografici e per il futuro sta pensando anche ai giochi elettronici. Italiana a New York, è stata un po’ la testimone, la madrina della festa per i 15 anni dell’internazionale Salone Satellite.
 

Vista da un’italiana che ha avuto successo Oltreoceano, Milano è ancora un punto di riferimento per il design?
«Milano resta il paradiso del design. Tutti i designer del mondo cercano la loro opportunità qui. Il Salone del mobile è una meta di pellegrinaggio mondiale con un lato sperimentale unico, il Satellite.
La curatrice Marva Griffin con abilità, sensibilità e intelligenza ha creato una fucina di talenti che costruiscono il linguaggio del futuro».

È ancora molto diffusa una visione del design legata al domestico. Invece si parla sempre di più di tecnologia, di interaction design, di visual design e di virtuale partecipato…
«Questo avviene perché alla base, oggi, c’è un nuovo e più evoluto approccio culturale, i designer raccontano le nostre visioni, la nostra quotidianità. Il design e la tecnologia, in questo senso, sono e saranno sempre più legati. Rendono più bella e più facile la nostra vita».

Al Moma lei ha esposto uno dei simboli del linguaggio web, ma anche i giocattoli intelligenti che fanno vivere ai bambini realtà virtuali, in Elastic Mind o la macchina per fare sentire agli uomini la sensazione dei dolori mestruali in Talk to me. Idee considerate rivoluzionarie.
«Il design sta tra la rivoluzione e la vita quotidiana. Elastic Mind si concentra sulla capacità dei progettisti di cogliere i cambiamenti epocali nella scienza e costumi sociali e convertirli in oggetti che la gente può utilizzare».
 

Qual è, invece, la “celebrazione” di Talk to me?
«Rivoluzioni digitali e dispositivi elettronici che fanno parte della nostra vita. Viaggiate su moma.org/interactives/exhibitions2008/elasticmind e moma.org/talktome».
 

Che rapporto c’è oggi tra arte e design?
«Un equilibro complicato. Peter Saville, famoso grafico inglese, ha detto che l’art design è considerata arte light. Come la Coca-Cola. Trovo che sia un’ottima definizione di come viene percepito questo legame».
 

anna.giorgi@ilgiorno.net