Michele Torsello, 32 anni, ricorda ancora il suo primo giorno come funzionario della presidenza del Consiglio. Era il 2013. Entrò, si sistemò, si guardò intorno. E avvertì una sensazione mai provata prima: era un esemplare unico. Nessun altro collega era lontanamente definibile come giovane. «Per la prima volta – dice – dovevo muovermi in un mondo senza coetanei».
Torsello non è il solo a sapere cosa si prova, fra i poco più di centomila dipendenti pubblici su 3,2 milioni che oggi hanno meno di trent’anni. Poco a poco, lo Stato italiano sta rimanendo senza giovani: ha sempre meno addetti che si trovino nella parte ascendente della vita, quando l’energia, la capacità di imparare, innovare e risolvere problemi crescono ogni mese.
Lunghi anni di blocco dei concorsi e dei nuovi contratti, volti al controllo della spesa, hanno impresso alla struttura del pubblico impiego una curva abnorme. La base dei giovani si è ristretta, il vertice dei meno giovani e di coloro che si avviano a uscire dal lavoro invece ha continuato a espandersi.

Lo squilibrio è arrivato a un punto tale che la struttura della burocrazia sembra alla vigilia di una sorta di rivoluzione: nel prossimo decennio circa un quarto degli attuali dipendenti dello Stato andrà in pensione. Uscirà poco meno di un milione di persone, e circa la metà dei dirigenti e degli alti funzionari attuali.
Questa piramide rovesciata delle età oggi è un problema, ma in prospettiva si presenta come un’opportunità di quelle che non passano certo a ogni generazione. Di certo è una realtà che tiene al lavoro i tecnici di Palazzo Chigi, adesso che il governo è chiamato a tradurre in pratica la legge delega di riforma della Pubblica amministrazione: l’ambizione è di approfittare e (se possibile) accelerare il ricambio fra le generazioni, per rimodellare e modernizzare le burocrazie. Di recente la Danimarca e negli anni scorsi l’Irlanda o la Finlandia hanno mostrato alcuni modelli di «gestione delle età»: uscite incentivate, nuovi ingressi, nuove funzioni e un’organizzazione rivista.

Quanto all’Italia, i numeri sono eloquenti anche da soli. Sulla base dei dati più aggiornati del ministero dell’Economia e delle agenzie statistiche di Francia, Germania e Gran Bretagna, il «Corriere» ha ricostruito il profilo di quella che si presenta come una profonda anomalia dell’Italia in Europa. Fra i dipendenti pubblici in questo Paese i giovani fra i 20 e i 29 anni sono appena il 3,2% del totale, mentre nel «civil service» britannico sfiorano il 9%. Nella fascia dei dipendenti fino ai 34 anni di età lo Stato italiano nel 2013 aveva appena l’8,4% del personale, la Germania il 22,9% e la Francia il 26,7%. In questi due Paesi il 5% degli statali ha meno di 25 anni, in Italia appena lo 0,8%.
Se poi si escludono le Forze armate e di polizia, dove l’età media è molto più bassa (servono persone nel pieno delle forze), i dipendenti pubblici giovani sono ormai una rarità. In Italia i ragazzi e il più grande datore di lavoro del Paese, lo Stato, vivono ormai in universi separati.
L’altro lato della medaglia è fra i funzionari che hanno 50 anni o più. In Italia nel 2013 erano quasi 1,6 milioni, appena meno della metà dell’intero apparato statale. In Francia invece i cinquantenni e oltre sono meno di un terzo, e molto meno della metà in Germania e Gran Bretagna. Nel frattempo l’invecchiamento dei dipendenti statali prosegue: l’età media nella funzione pubblica era di 43 anni nel 2001 e sfiora i 50 oggi. Alla presidenza del Consiglio, una delle amministrazioni più «anziane», ha già superato i 52 anni e così anche nei ministeri.
Michele Torsello, il funzionario 32enne di Palazzo Chigi, ha notato anche qualcos’altro nel suo lavoro: impara in fretta a fare al computer cose che a tanti altri suoi colleghi anziani sembrano impossibili. «E c’è un’impressionante differenza fra e me e loro nel modo di percepire la comunicazione, per esempio con l’uso dei social network», dice. Per l’efficienza e la capacità di risoluzione dei problemi, l’età conta. Benjamin Jones della Kellogg School of Management ha controllato a quanti anni i 547 vincitori del Nobel e altri 286 «grandi innovatori» del ‘900 hanno fatto la scoperta per la quale sono stati insigniti o sono diventati celebri: a circa 35 anni in media nella prima metà del secolo, poco meno di 39 più di recente.

Nella vita, il momento migliore per applicare la propria creatività è molto sotto l’età media degli statali in Italia. Questo non significa che moltissimi fra loro non svolgano le proprie funzioni in modo eccellente fino all’ultimo giorno di lavoro: un amministratore o un giudice hanno più bisogno di esperienza che d’inventiva. A Palazzo Chigi però la tentazione di ringiovanire la Pubblica amministrazione attuando la legge delega di riforma esiste. L’ondata di pensionamenti in arrivo può diventare il momento per redistribuire le forze della burocrazia in base alle nuove esigenze del Paese.
Non sarà una passeggiata: non è facile spiegare agli esodati del settore privato che i loro coetanei del pubblico hanno diritto a incentivi, scivoli, uscite dolci. Né aiutano ad accelerare il ricambio i paletti fissati a 66 o 67 anni dal riassetto delle pensioni di Elsa Fornero. E se questo diventerà un argomento in più dietro la voglia di disfare quella riforma, lo si vedrà tra poco.