Design fai-da-te? Sì grazie. Era inevitabile. Nell’epoca degli scrittori che con poca spesa si pubblicano da soli, degli internauti che tra blog, post e twit si sentono tutti giornalisti, si sapeva che prima o poi nel meccanismo sarebbe finito anche il design. Chiamalo, se vuoi, fai-da-te, ma la definizione corretta è: autoprodotto. E l’analogia con lo scrittore frustrato o l’aspirante giornalista funziona fino a un certo punto. Protagonisti, infatti, sono designer professionisti, o neolaureati con solidi studi alle spalle, che scelgono questa scorciatoia per la professione. Il fenomeno, con una sua storia all’estero, per il secondo anno ha il suo appuntamento anche da noi, dove è meno conosciuto, con Operae, a Torino dal 4 al 6 novembre. La regola è semplice: il progettista fa tutto da sé: idea, disegna, produce, comunica e vende le sue opere.

Dunque filiera corta, come si dice oggi; chi compra risparmia perfino mettendosi in casa produzioni limitate o pezzi unici. Il design fai-da-te è nell’aria per tante ragioni. In sintesi, è sintonico con lo spirito del tempo. Ma corre due pericoli. Dal basso, rischia di limitarsi a sdoganare gli scadenti lavori di mediocri o sedicenti designer; dall’alto, potrebbe cedere alle tentazioni dell’opera d’arte del pezzo unico e promuovere sculture piuttosto che mobili funzionali ai bisogni. «è vero», ammette Paola Zini, co-fondatrice di Bold, che organizza Operae, «e anche per questo, dopo la prima edizione che possiamo considerare un numero zero, abbiamo fatto un severo lavoro di selezione degli espositori, quarantacinque da tutto il mondo, con l’Ungheria paese ospite. Due convegni – uno proprio dedicato al design autoprodotto, con Enzo Mari e Paolo Ulian; l’altro sui suoi specifici problemi di tutela della proprietà intellettuale – afffronteranno i temi chiave».

L’obiettivo resta «dare visibilità ai designer, anche se abbiamo seguito un criterio rigido sulla qualità, ma più elastico sulla regola generale: invece di limitarsi a chi fa da sé per tutta la filiera, abbiamo preferito allargare anche a chi lavora con gli artigiani, magari solo per una parte della produzione, e ai professionisti che puntano sul triangolo virtuoso designer-artigiani-piccoli editori. Un’altra cosa che cercheremo di capire è il rapporto tra formazione e autoproduzione. In un paese di riferimento come l’Olanda, per esempio, ci sono anche finanziamenti pubblici per questo settore». Considerato che oggi uno dei problemi principali per la crescita del nostro arredamento è proprio la distribuzione, le nuove opportunità del design autoprodotto sono interessanti perché le piccole produzioni, che certo non pretendono di sostituirsi all’industrial design, potrebbero attirare più attenzione su tutto il made in Italy. Intanto a Torino arriveranno compratori russi, turchi e dei paesi dell’Est Europa, che si confonderanno con i curiosi nelle tre sedi degli eventi, a cominciare dalla suggestiva Borsa merci di via Doria.