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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
(del 07/09/2010 @ 01:30:30, in Off Topic, linkato 1 volte)
La creatività è la più grande forma di ribellione che esista. Se vuoi creare, devi liberarti da ogni condizionamento, altrimenti la tua creatività sarà solo un'imitazione. solo una doppia copia... puoi essere creativo solo se sei un individuo, se dipendi dalla spicologia della massa, non puoi creare. La psicologia della massa è priva di creatività, vive una vita d'accatto, non conosce alcuna danza, alcun canto, alcuna gioia, è una vita d'automi. [...] Colui che crea non pò seguire la retta via, deve trovare la sua strada, deve farsi largo nella giungla della vita, deve procedere da solo, ed essere un emarginato della folla, dalla psicologia collettiva. La mentalità di massa è la mentalità più bassa che esista al mondo, perfino i cosidetti idioti sono di gran lunga superiori all'idiozia della metalità collettiva. Ma la collettività ha le sue tecniche di corruzione: rispetta una persona e la onora, se continuerà a sostenere che l'orientamento della mentalità colettiva è l'unica strada giusta. In passato, coloro che creavano in ogni campo, pittori, ballerini, musicisti, poeti, scultori, hanno dovuto rinunciare alla rispettabilità, per pura necessità: Erano costretti a vivere una vita da Bohémien, una vita da vagabodi: era l'unico modo per essere creativi. In futuro questo non sarà più necessario. Se mi capite, se sentite che quando dico è la verità, in futuro ciascuno potrà vivere la propria individualità, e non ci sarà alcun bisogno di fare una vita da bohémien. [...] Ilmio sforzo consiste nel distruggere la mentalità collettiva e rendere ogni individuo liero di essere se stesso. Allora non ci sarà alcun problema, potrai vivere come vorrai. L'umanità nascerà in realtà solo il giorno in cui la ribellione dell'individuo sarà rispettata. Il genere umano non è ancora nato, vive ancora nel grembo materno. Quello che vi appare come il genere umano è solo un falso fenomeno.[...] L'umanità necessita di un nuovo terreno, il terreno della libertà. La bohéme è stata una reazione, una reazione necesaria, ma se la mia visione avrà seguito, non vi sarà più alcuna bohéme, perché non esisterà più alcuna cosiddetta mentalità collettiva che tenterà di dominare la gente. A quel punto ognuno vivrà in pace con se stesso. [...] Solo allora ci sarà creatività. La creatività è la fragranza della libertà dell'individuo.
[Osho - Una perfetta imperfezione]
(del 25/08/2010 @ 23:53:41, in Off Topic, linkato 4 volte)
Acqua cheta rompe i ponti.
Me lo ripeteva sempre mio nonno.
Ma io, troppo piccola, non capivo il senso della parola "cheta", come ora, nonostante l'età, non capisco tante altre cose.
Ad esempio, l'imprescindibile necessità dei giornalisti di alterare le notizie.
Il 20 agosto è accaduto un fatto.
Un uomo ha ucciso sua moglie e poi si è suicidato.
La notiza è solo questa, nulla da aggiungere, per chi non conosceva quell'uomo.
Ma ogni giornale ha detto la sua.
Senza nessun rispetto per i figli.
Il non plus ultra "Il Messagero" online che strilla Lei bellissima, voleva la separazione. Lui, innamorato e ferito nell'orgoglio e
"Il Tempo" con "E' stata la gelosia a far scattare la furia omicidia di Patrizio Galli, il 62enne che ha sparato 4 proiettili con una pistola calibro 44 Magnum contro la moglie Catia Carabini 47 anni, uccidendola sul colpo.
Entrambi gli articoli confondono con leggerezza molti particolari della vicenda... le età dei figli, quello che stavano facendo nel mentre, le opinioni che i vicini e gli amici avevano di quell'uomo e di quella coppia, testimoniate invece da molte altre testate online (links a piè di pagina), mentre sembrano conoscere personalmente determinati particolari fisici e spicologici della vittima come dell'omicida.
Per non parlare poi del ricamo finale sulla frase detta da Patrizio al bar prima di allontanarsi.
Da «Vado via che devo sistemare una cosa», come si legge sul secondo articolo di "La Repubblica" si arriva a «Vado a casa, ci vediamo più tardi. Devo sbrigare una faccenda urgente con mia moglie» de "Il Tempo".
No-Comment.
Questi giornalisti mi fanno venire il vomito.
Perché poco importa se qualche sedicenne piangerà amare lacrime per l'infangata immagine di suo padre.
L'importante è fare notizia.
E cosa vende di più, in questa Italia bigotta dai valori decadenti, di un omicidio passionale?
Be', io Patrizio Galli lo conoscevo e se la stampa uffciale si permette volgarmente di creare, vi dirò la mia.
Per tre anni e mezzo abbiamo lavorato insieme.
Patrizio era un uomo di una calma, di una fragilità e di una dolcezza unica che mi ha davvero dato tanto negli anni.
Patrzio, che non ho mai visto arrabbiato, mi ha insegnato che non vale la pena alzare la voce con chi si sente piu' grosso di te.
"Patrizio perché non ti incazzi! Guarda come ci ha trattato!"
«Aumenterei il suo grado di autostima. Poco importa se ci sta umiliando, ascoltalo, umilia solo se stesso. Sono altre le cose importanti nella vita. Il lavoro finisce dopo otto ore, la famiglia è quello che ti resta.»
Non conoscevo le loro crisi coniugali, da qualche anno non lavoravamo piu' insieme, perché io, grazie alla mia età, alla mia naturale predispozione al lavoro precario, ero stata una delle fortunate che era riuscita a scappare da quell'azienda che faceva più acqua che affari, come ogni buona società italiana che si rispetti.
Ma allora non parliamo della gelosia, parliamo della cassa integrazione, della depressione che un uomo alla fine della propria carriera, a dieci passi dalla pensione, inevitabilmente prova in una situazione del genere, con una bella moglie e 5 figli da mantere.
Parliamo della disperazione.
Della crisi.
Di un raptus di follia.
Perché questa è la triste notizia.
Un uomo profodamente buono ha ceduto alla propria fragilità. Niente lo giustificherà mai per quello che ha fatto.
Ma che nessuno si permetta di infangarne più la memoria.
Linkografia:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/08/21/non-ne-posso-piu-separiamoci-il-marito.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/08/21/adesso-come-faremo-senza-mamma-papa.html
http://www.ilcorrieredellacitta.it/1817/cronaca/omicidio-suicidio-alla-nuova-florida-marito-uccide-la-moglie-al-termine-di-una-lite.html
http://ascoli.picusonline.it/notizia/Anconetano+uccide+la+moglie+e+si+spara-Anconetano+uccide+la+moglie+e+si+spara/23452
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=115625&sez=HOME_ROMA
http://www.corriereadriatico.it/articolo.php?id=115626
http://www.gomarche.it/news.php?newsId=258342
http://studio93.it/news/read_news.php?news=37950&category=2
http://www.etvmarche.it/news.php?readmore=1297
http://www.studio93.it/pdf_news/pdf_news.php?article=37939
(del 30/05/2010 @ 00:11:41, in Off Topic, linkato 73 volte)
La vita è un attesa. Di vedere la luce prima nascere, di imparare a mangiare prima di lasciare il seno, di cominciare a parlare prima di smettere di gemere, di camminare dopo aver solo gattonato.
La vita è un attesa. E attendo di acquisire saggezza, di trovare l’amore, di avere stabilità economica, di vedere riconosciuti i miei meriti, di avere giustizia.
Attendo un lavoro sicuro. Attendo di capire cosa sia la sicurezza.
La vita è un attesa e anche se intorno tentano di convincermi che con il denaro potrò ottenere tutto, comunque dovrò attendere di accumularne per illudermi che non debba più attendere.
Così non compro nulla, ma aspetto l’autobus che passi, che smetta di piovere, che torni il sole e quando è tornato aspetto che arrivi di nuovo la notte. Aspetto che arrivi l’estate e quando fa troppo caldo aspetto con ardore di nuovo che arrivi l’inverno.
Io aspetto. Perché la vita è un attesa.
E quand’ero piccola aspettavo di crescere, quand’ero adolescente aspettavo di diventare adulta e ora che sono adulta… aspetto di diventare vecchia. Quando sarò vecchia aspetterò di morire.
Perché la vita è un attesa.
E non date adito a chi vorrà farvi pagare un biglietto per smettere di attendere. Anche se ci riusciste, perdereste il senso profondo della vostra vita.
L’attesa.
(del 04/03/2010 @ 02:52:34, in Off Topic, linkato 119 volte)
Mi passerà. Alla fine non faccio altro che chiedermi se sia talmente assuefatta a un certo tipo di dolore che non mi viene quasi più da piangere o se semplicemente me lo nego, perché tanto non ne vale la pena. Un lutto è un lutto. Non c’è niente che lo possa colmare. Nessuna lacrima lo mitigherà mai. Solo la vita e l’energia possono. Ma non cancellarlo, acquietarlo.
La cosa che mi fa più arrabbiare è questa stupida presunzione che tutti noi abbiamo. Domani.
Non facciamo che rimandare cose che ci potrebbero far star bene per costruirne altre che non sappiamo neanche se arriveremo a vedere. E io sono la prima. Ma ogni volta che perdo qualcuno mi rendo conto di quanto questo sia stupido anche se inevitabile.
E’ questo contrasto che mi fa impazzire.
Non voglio rinunciare ai miei obiettivi, ma nemmeno rinunciare alla possibilità di innamorarmi, stare bene, passare del tempo con i miei amici, rilassarmi, vivere la mia vita. Ho solo questa e non so neanche per quanto.
Diverse settimane fa avevo appuntamento con un ragazzo che mi piace davvero molto, ero su di giri, contenta.
Uscita dall’ufficio, con le cuffiette nelle orecchie, ho attraversato come al solito la strada, ma il semaforo non ha funzionato e dando verde sia per i pedoni che per le macchine, ha rischiato di farmi investire da un camion. Se non avesse frenato in tempo, sarei morta sul colpo. Non è successo e le cose non capitano mai per caso. Ho capito che avevo fatto bene e, anche se già lo sapevo, che la vita è un attimo e vale la pena giocare tutte le carte che si hanno se tieni a qualcosa, anche se non sai perché ci tieni.
Quando era sparito avevo due possibilità, incazzarmi e chiudermi nel mio orgoglio, o tentare. E per la prima volta nella mia vita, ho lasciato la porta aperta. E’ stata una sensazione strana perché nonostante tutto… passava aria! Perché è questo quello che fa una porta aperta, no? Corrente. Lascia che le energie fluiscano.
E come un vento di tempesta invernale, è tornato nella mia vita quella sera. Che quasi morivo sotto a un camion. Ma non è successo. Non era il suo destino arrovellarsi per mesi su cosa mi fosse mai accaduto. Non era mio destino sparire in quel modo. Forse destino di entrambi avere la possibilità di conoscersi.
Non so se ciò succederà mai, ma so che almeno c’ho provato. Perché mi stava a cuore. Veramente.
A te che mi stai leggendo e che la ami, butta nel cesso l’orgoglio, le paranoie, le difficoltà, e semplicemente disarmati e riprenditela. A te che invece sicuramente non mi leggerai mai e che c’hai provato con me giorni fa nonostante moglie e figli, ritrova la tua felicità.
La vita è una sola, ma tradisce solo se la metti in attesa. Perché come un amante capricciosa pretende di essere vissuta tutta in un momento. Ora io non so se riuscirò a non tralasciare niente, ma per certo so che sto cercando si seguire quell’aria, di seguire quel vento, quella corrente.
(del 14/02/2010 @ 14:39:44, in Off Topic, linkato 139 volte)
E’ pomeriggio sera quando mi squilla il cellulare. Rispondo: “Si, pronto?”. Una voce sottile di giovane donna mi dice fredda: “Mi dai il tuo numero?” Il tono che usa mi infastidisce e poi penso “Ma se mi hai chiamato tu, che cavolo mi chiedi a fare il numero?”. Immaginando uno scherzo, guardo il telefono e riattacco senza dire niente. Dopo una decina di minuti squilla il telefono di casa. Rispondo. Dall’altra parte un’altra volta la stessa voce: “Mi dai il tuo numero?”. Ma più ferma e aggressiva. Questa volta mi spavento e metto giù di istinto. Dopo poco suona il citofono. Non aspetto nessuno. Ho un timore, ma mi sembra assurdo, così rispondo e dalla strada sempre la stessa ragazza mi dice: “Mi dai il tuo numero!”. Più un’affermazione che una domanda. “Nooo!” urlo nel citofono. E vado a chiudermi di corsa nella mia panic room, che altro non è che una stanza con la porta blindata. Ma non faccio in tempo a chiuderla e sono già dentro, perché la ragazza non è da sola. Ma con altri due, come sempre. Inizio a scappare, a correre di corsa giù per la strada. E loro mi rincorrono. Il più alto dei tre mi lancia della benzina da una tanica. Vuole darmi fuoco. Ma penso “Per riuscirci deve prendermi prima! Lui è lento e pesante, io sono più veloce e allenata. E poi la benzina evapora, l’olio no!” Così rubo una bottiglia che vedo su uno dei tavolini del ristorante lungo la strada e gli lancio il contenuto addosso nel momento in cui stava accendendo una torcia destinata a me. L’uomo inzia a bruciare lanciando urla terribili.
Finalmente mi sveglio e penso...certo che ‘sto numero.. glielo potevo pure dare!
(del 22/12/2009 @ 16:05:17, in Off Topic, linkato 115 volte)
(del 22/12/2009 @ 15:54:11, in Off Topic, linkato 109 volte)
(del 22/12/2009 @ 15:51:43, in Off Topic, linkato 113 volte)
(del 22/12/2009 @ 03:40:27, in Off Topic, linkato 94 volte)
Quando arriviamo a Mumbai è già notte. Non so se abbia fatto ritardo l’aereo più di quanto abbiano detto o se non abbiamo capito assolutamente niente del fuso orario locale, ma fuori è notte ed è pieno di gente. Mentre già sull’aereo avevamo avuto modo di assaporare il sorriso dell’India con un uomo dolcissimo che vedendoci in panne con la guida in mano ci aveva allungato un foglietto con su scritto “Do you need any help?” e aveva poi passato il resto del volo a spiegarci dove e come andare, secondo lui, in giro per l’India, l’impatto con Mumbai era stato del tutto diverso. Mumbai non puzza come Bangkok per fortuna, ma il rapporto spazio/gente è allucinante. Sembra di essere a una finale di coppa di campionato giocata in casa. Stentiamo a trovare il taxi che ci è stato assegnato, ma alla fine ci riusciamo ed arriviamo al luogo di appuntamento con nostro surfer, couch surfer, che ci ospiterà per tutta la nostra permanenza nella Maxium City. Ma Abhijeet è in ritardo, inzia a piovere come dio la manda, non abbiamo dove ripararci e iniziamo a credere che il couch surfing non sia poi stata una così bella idea, cazzo. E se è uno spacciatore? Un poco di buono, come avrebbe detto mia nonna? Abhijeet ci viene a prendere una con una macchinona che te la raccomando, ma non è la sua, del suo capo forse, e ci spiega che hanno lavorato fino a quel momento e si scusa molto per il ritardo. Quando arriviamo a casa abbiamo subito lo scontro con la realtà. Abhijeet è benestante, ma nonostante tutto non ha nulla. Casa sua è vuota. Un salone con dei cuscini per terra a mò di divano (che sarà il nostro letto), una libreria vuota con un televisore al centro e un lettore dvd ancora mezzo imballato per non fargli prendere troppa polvere, un piccolo corridoio, un piccola cucina con una lavello, una specie di lavatrice, un frigorifero vuoto, due stanze da bagno, una per il gabinetto e l’altra per la doccia, e la sua camera: aramadio, letto, tavolinetto e sedia. Fine della storia. E’ tutto. Abhijeet è molto timido all’inizio al punto da non sembrare molto “friendly” se non per le occhiate che mi lancia ogni tanto, il mio essere occidentale con le braccia perennemente di fuori e gli short mentre dormo deve averlo colpito in qualche modo. I nostri giorni a Mumbai passano velocemente, anche perché non è che ci sia molto da vedere. Isola degli Elefanti a parte. E poi il clima è pesante, il monsone non perdona e ci mettiamo un po’ ad abituarci, cosi’ i primi giorni passano in gloria con una visita parziale di una città che più di tanto non ci aveva esaltato, se non per il cinema e le persone che l’abitavano. Abbiamo deciso di vedere il sud dell’India, saltando la parte piu’ turistica, Goa, ma capire come arrivarci non è semplice. Per muoverti in India ti chiedono il passaporto anche per comprare un biglietto del bus, indirizzo di dove stavi e di dove andrai. Ma noi è grasso che cola che ci ricordiamo come ci chiamiamo, così ogni volta guardiamo un posto a caso sulla guida e inseriamo un indirizzo, tanto non lo controllerà mai nessuno.. scritto su quel pezzo di carta poi! :) Decidiamo di predere un treno, 36 ore, fino in Kerala, Alappuzha o Allepy che dir si voglia, qui tutto ha un doppio nome, quello britannico e quello indiano, che però è postumo e non tutti gli indiani sono d’accordo nel cambiare il nome a qualcosa che da sempre si chiama in un certo modo. Sleeper Class, 8 euro per un viaggio infinito. Ci sembra conveniente e poi.. vogliamo vivere accanto alle persone comuni questo viaggio, vogliamo vivere la gente, la popolazione, non abbiamo voglia di fare i turisti. Il treno non parte da Churchgate Station come tutti gli altri, ma da Lokmaya Tilak e in realtà la cosa ci resta anche più comoda perché è più vicina a casa di Abhijeet. Capire come muoversi non è esattamente una cosa facile in India e quindi in realtà non siamo nemmeno sicuri che il nostro treno si fermi dove speriamo, ma ci speriamo molto. La gente non ci guarda strano, ma è di sicuro incuriosita. Da questo punto in poi…inizia il nostro viaggio “western alone”. Almeno abbiamo scelto due cuccette buone, vicino la finestra, una sopra l’altra e sul corridoio, siamo liberi di muoverci come preferiamo. Durante il viaggio i venditori di cibo, Chai (the indiano) e coffè non danno tregua. Non si riesce a chiudere occhio, perché ogni due secondi arriva qualcuno che strilla qualcosa. Poi ad ogni stazione sale il mendicante storpiato di turno e la cosa non è più semplice. Dopo gli storpi delle mine della Cambogia credevo di aver visto tutto, ma niente è in confronto con i deturpati dal racket dell’India. Decidiamo che la cosa migliore sia regolarsi in base al comportamento degli altri. E così facciamo. Allontaniamo quando gli altri allontano, facciamo elemosina quando gli altri elargiscono. Ma ripeto, non è facile. Non è affatto facile. Si trascinano, camminano sulle anche, hanno buchi nel viso da cui si vedono i denti, sono ciechi. Sono poveri. Dannatamente poveri. Più poveri dei poveri con cui condividevamo la cuccetta. Ma a guardare il paesaggio che scorre, il tempo passa in fretta e il nostro è un viaggio on the road. Presto viene sera. La temperatura si fa più mite, la gente inizia a sonnecchiare… e le blatte ad uscire. Ogni fermata, ogni rallentamento del treno in cui le vibrazioni diminuiscono, le blatte iniziano il loro corso. All’inzio sono prevalentemente interessate solo a quello che trovano per terra. C’è una cosa che bisogna dire che degli indiani non mi è piaciuta. Non hanno un buon rapporto con i rifiuti. Mancanza di educazione, cultura o igiene, non lo so, ma qualsiasi cosa abbiano in mano, la buttano per terra lì dove si trovano. Così il treno è pieno di contenitori di cibo o bicchieri di Chai che ad ogni fermata si riempiono di blatte neanche un film di Dario Argento. Nonostante tutto la cosa mi rallegrava. Pensavo “Finche’ avranno che cercare per terra, non verranno qui su da noi”, ma l’idillio è durato poco. Appena passato il caldo afoso, hanno cominciato ad uscire e a camminare dovunque. Ogni blatta che si avvicinava a me era un urlo, una risata della signora di fronte e un sorriso del bambino che ingenuamente ci giocava di lato al finestrino che gli stava accanto. Scoperto che l’Amuchina spray non gli sconquinferava poi tanto, avevo fatto una barriera intorno a me. Avevamo anche l’insetticida, ma le motivazioni che ci hanno fermato sono state diverse. 1) Gli Hindu credono nella reincarnazione, non è esattamente amichevole fare una strage di cari davanti ai loro occhi; 2) Se avessimo dato luogo alla gasazione, avremmo gasato anche i nostri coinquilini di viaggio che on avrebbero di certo gradito cotal puzza ingiustificata dal loro punto di vista; 3) E se l’insetticida avesse dato luogo a un fuggi fuggi generale svegliando i nidi di blatte più reconditi e nascosti???. No, no, la cosa migliore era spruzzare sulle pareti intorno a noi un po’ di Amuchina ogni circa mezzora, alla fine è un acido! Le blatte, quando si trovavano in direzione, cambiavano strada e questo ci bastava. Ma con i ratti? Come fare con quelli? All’inzio ho sperato solo che fosse una blatta troppo grossa e veloce quella che avevo intravisto con al coda dell’occhio e Giò, che non aveva detto niente per non allarmarmi, ma aveva visto altrettanto, aveva sperato la stessa cosa. Ma c’era poco da fare. Quelli erano ratti e pure grossi. E non c’è Amuchina che tenga con loro. Capiamo che avremmo dormito poco quella notte. Probabilmente la causa erano le latrine, a cielo aperto col terreno o le scarse condizioni igieniche del vagone dopo piu’ di 20 ore di viaggio, non lo so, ma la vita di notte.. invece di essersi acquietata sembra moltiplicarsi. Peccato, le cuccette sembravano proprio comode!!! Ma nonostante le paranoie, le paure, le crisi isteriche e tutto quello che potete immaginarvi, il sonno ha sempre la meglio. E non so se qualche blatta o topo abbia camminato sulla mia faccia o sul mio corpo, ma so solo che sono crollata. Avvolta nel sacco a pelo, con la testa nel cappuccio della felpa, gli occhiali da sole e la bocca coperta dalla bandana, ho dormito. Svegliandomi ogni stazione, perché sapevo che le blatte si davano alla pazza gioia proprio in quel momento, ma ho dormito. Arriviamo nel Kerala che è ormai pomeriggio iniziato e Allepy non ci sembra gran che se non per i canali che la attraversano. Arriviamo con facilità alla clinica Ayurvedica di Joy Jacob, altro couch surfer, ma lui non c’è. Avevo già capito che la sua partecipazione alla cosa lasciava il tempo che trovava nel far pubblicità alla sua attività, ma alla fine non ci dispiace poi tanto, cercavamo una persona fidata con cui fare una crociera nelle backwaters e lui sembra ok per questo. Ci ospita la prima notte gratuitamente nella sua clinica e ci da libero accesso ad internet, ceniamo in un pessimo ristorante tanto elogiato nella lonley planet e la giornata finisce, siamo distrutti. La mattina ci svegliamo presto. Ha piovuto. E le nostre scarpe, che erano restate fuori dalla porta per regola dell’appartamento, erano fradice. Maledetto monsone. Joy arriva finalmente, si presenta, ci dice che la nostra barca è pronta, ma purtroppo a causa del periodo di festività indiana che abbiamo scelto, non è possibile viaggiare da soli, dobbiamo dividere una barca da 4 con un'altra coppia di indiani. La cosa non ci dispiace affatto, anzi, accettiamo entusiasti, saliamo sulle moto di Jacob e ci avviamo alla barca. Le backwaters si rivelano un vero paradiso terreste. Nessun racconto può restituire l’emozione del fluire mollemente su quelle acque a bordo di una ex chiatta per il trasporto del riso. Lo chef di bordo è da leccarsi i baffi e ogni volta che gli facciamo i complimenti arrossisce e si prodiga di inchini, ma siamo noi che vorremmo inchinarci a lui. La coppia che divide con noi la barca è simpatica e poi in India.. tutti parlano inglese! Così mi lancio in mille conversazioni e il tempo passa velocemente.. putroppo sta volta! Chiacchierando i ragazzi ci parlano di un paio di posti, Madurai, tempio di maggior afflusso di pellegrinaggio di tutta l’India che già avevamo pensato di andare a vedere, e Rameswaram. “Ma cosa ci vanno a fare a Ramesawaram? Non c’è niente oltre il tempio, è solo un luogo di culto quello!!” commentava lei “Si, ma se vogliono vedere posti non turistici, non possono non andare a Rameswaram!!!” e il ragazzo aveva ragione. Finita la breve crociera ci rimettiamo in viaggio e da Allepy ci saliamo sull’autobus per Trivandrum. GLI autobus. Sono infatti molteplici i cambi che siamo costretti a fare prima di arrivare in questa ulteriore polverosa e chiassosa città dell’India. Ma il panorama è fantastico e poi fa un certo effetto vedere tutte queste bandiere con falce e martello. Il Kerala fu il primo stato al mondo a eleggere liberamente un governo comunista. Lo leggo sulla guida e quasi non ci credo. “Mentre questa ideologia non ha avuto molta fortuna nella maggior parte dei paesi nella quale è stata applicata in modo pratico, la particolare miscela di principi democratico-socialisti del Kerala ha avuto un notevole successo. L’economista Amartyea Sen, insignito del premio Nobel, ha definito il Kerala ‘Lo stato Indiano maggiormente avanzato a livello sociale’. […] Il tasso di alfabetizzazione (91%) è il più alto tra le nazioni in via di sviluppo. […] Il tasso di mortalità infantile nello stato è un quinto della media nazionale, mentre l’aspettativa di vita si attesta intorno ai 73 anni, 10 anni in più del resto del paese”. E non posso che dare ragione alla guida questa volta. Il Kerala è proprio uno stato a parte. Si respira un’aria migliore. Di povertà, ma non non più di disperazione assoluta. A Trivandrum di lunedì è tutto chiuso, così decidiamo di non fermarci in città, dove forse oltre alcuni musei e punti di attrattiva, per l’appunto chiusi, ci sarebbe stato poco da vedere, ma di andare direttamente a Kovalam, luogo di mare e relax. A Kovalam incontriamo di nuovo qualche altro occidentale, ma possiamo comunque contarci sulla punte delle dita di una mano. E’ un posto di vacanza, ma per Indiani, e di nuovo la cosa ci piace, se non per il fatto che a Kovalam il bagno si fa vestiti. Special modo le donne! Le altre due ragazze occidentali erano in un mezzo buchini, ma io non ci riesco. Gli occhi degli uomini non appena inzio ad arrotolarmi i pantaloni per tentare di non bagnarli diventano talmente pesanti che perdo il senso della ragione e litigo con il mio compagno di viaggio. Ervamo stanchi e per me quella era davvero una situazione difficile da sostenere. Speravo finalmente di potermi rilassare un po’.. e invece niente! Dopo una sonora scazzata durata tutto il pomeriggio, io e il mio amico facciamo pace e decidiamo di cenare in uno dei ristorantini che servono direttamente sulla spiaggia. Il posto è fanastico, il cibo anche. Non tutti i locali hanno la licenza per gli alcolici, così quando ordino una King Fisher, la birra locale buonisssSSSsssima, il cameriere mi dice prima che deve andare un attimo a comprarla, e quando poi me la porta, mi chiede di non tenere la bottiglia sopra il tavolo, ma sulla sabbia. Io che odio il pesce lo trovo divino e finalmente capisco perché mio padre adorava così tanto mangiarlo. Perché ha passato la metà della sua vita su quelle spiagge a farselo cucinare. E nuovamente ritrovo in una terra che non conosco, un pezzo di un uomo che non ho mai capito fino in fondo. Mi commuove l’idea che dieci anni prima abbia potuto guardare lo stesso tramonto, cenare nello stesso ristorante.. .e tenere tra le gambe la stessa birra. E per la prima volta come non mai, mi sento veramente figlia di mio padre. Ma il tempo a Kovalam scorre ancora più veloce ed è già tempo di ripartire. Dopo una mattinata di shopping selvaggio, perché i prezzi dell’argento e la qualità degli abiti sono in assoluto i migliori che fin ora abbiamo incontrato, dobbiamo ripartire. Fare shopping in India è un po’ come sentirsi Julia Roberts in Pretty Woman. Tutti gli abitanti del villaggio, non appena ci vedono con più di una busta in mano, capiscono che abbiamo deciso di spendere, e ci chiedono di comprare da loro. “Please, give me a chance to make a business today”. Ma accontentarli tutti è impossibile, anche perchè per quanto maggiori delle loro, le nostre risorse sono alquanto limitate. Come in ogni paese dell’Asia che si rispetti, la contrattazione poi è d’obbligo. Questo perché con il turista il mercante parte con un prezzo che se è va bene…è quadruplicato. Mi innamoro di una sovraccoperta matrimoniale per il letto ricamata a mano. Piena di elefanti, colori e pajettes! Io adoro gli elefanti! Ma ogni volta i commercianti dei negozi mi urtano. Sono arroganti. Non mi piace il modo in cui tentano di vendermi/fregarmi e decido ogni volta di non acquistare la mia amata coperta. Fino a che mi viene in contro un pescatore. Alto, vestito di bianco, turbante, pantaloni lunghi. Sorriso dolcissimo nascosto tra le rughe del viso mangiato dal sole. Vecchio. Troppo vecchio per andare ancora in mare. Forse aveva capito o era stato solo fortunato, non lo so. Ma aveva con sè una coperta, quella che mi piaceva. Si avvicna, mi avvicino. Gli chiedo quanto voglia, mi dice 4000 Rupie. Gli rispondo secca che non gliene avrei date più di 1000, le stesse che avevo offerto ai negozianti precedentemente. Il pescatore allunga le sue braccia con la coperta in mano e mi regala il suo sorriso più grande. Era chiaro che la stavo pagando più del doppio, ma per erano erano neanche 15 euro e per lui… diverse settimane di sopravvivenza. Quando lasciamo Kovalam sentiamo che ci mancherà, ma il tempo stringe e vogliamo vedere ancora molto. Da Trivandrum prendiamo un autobus notturno per Madurai, di treni ne abbiamo avuto abbastanza e gli autobus, per quanto più scomodi, si rivelano nettamente più puliti. Non abbiamo ancora deciso cosa fare, ci siamo detti che una volta arrivati a Madurai, avremmo potuto scegliere, in base agli autobus disponibili, se fermarci o se proseguire direttamente per altre mete. Arriviamo a Marudari nel cuore della notte e l’autobus per Rameswaram, la meta di pellegrinaggio, parte dopo neanche mezzora. Decidiamo di prenderlo. Nostante l’orario, l’autobus è pieno di gente e a bordo c’e’ un televisore che passa solo film, d’annata e non, di Kollywood. Kollywood, al contrario di Bollywood che è del centro nord, è l’industria del cinema del sud dell’India e i suoi film sono caratterizzati dai personaggi principali maschili tutti bassi, tarchiati, e con i baffi importanti. A diffrenza di Bollywood, i film di Kollywood si rivelano strazianti, pallosissimi e dalle musiche insopportabili. Ed è cosi’ che la scomoda notte verso Rameswaram si trasforma in una delle più lunghe di tutto il nostro viaggio. Ma mai avremmo potuto immaginare che tanto valesse la pena quello strazio. Rameswaram non è altro che un piccolissimo paese alla punta estrema dell’India. Un istmo di terra minuscolo di fronte allo Srilanka, una strada principale asfaltata fino a un certo punto, tanti viottoli sabbiosi ai lati, mare, sole, sorrisi, vacche e capre che vivono libere per la città brucando per terra.. il niente! Rameswaram si sta ancora rimettendo in piedi dallo Tsunami del 2001 e nonostante sia una delle città più lontane dal fulcro colpite, i segni della devastazione sono violenti e talmente tanti che fanno male. Ma gli abitanti, gli abitanti sono stupendi! Siamo gli unici due occidentali che probabilmente abbiano mai visto dopo gli aiuti umanitari, e i bambini più piccoli, che non superano di due anni o tre di vita, sembrano davvero non aver mai visto prima una carne così bianca come la nostra. La loro è nera, neanche fossero nati in africa e noi siamo davvero ridicoli al confronto. Questi bimbi.. ci guardano con aria sospetta.. come chi si chiede quale malattia possa aver mai sbiancato tanto un’essere umano!?! :) A Rameswaram non c’è davvero niente se non un tempio decrepito mangiato dalla violenza del mare e tanti ristoranti, nessuno con menu in inglese. Non è proprio un posto per turisti. E non c’è cosa che possa renderci più felici. Per strada ci sorridono e ci fermano come fossimo delle star. Ci chiedono da dove veniamo a alcuni non sanno neanche cosa sia l’Italia. Ma tutti ci danno il benvenuto e ci regalano il loro sorriso più grande. Quello della vita. Le condizioni igieniche dei ristoranti non ci sembrano delle migliori, ma decidiamo che se siamo sopravvissuti al treno, possiamo superare qualsiasi prova ormai, e ci fermiamo al primo che dall’odore ci ispira. L’avventore, tanto per cambiare, è meravigliosamente affabile, ci accoglie come gli ospiti del giorno, ci serve al tavolo anche se il servizio è self service, e ci offre due vassoi di riso su foglia di palma e salse varie a base di ceci e.. poi non saprei. Ma che buone!!! Unico particolare... le posate! In India le posate non si usano e noi finalmente eravamo in un luogo completamente turistic free! E quindi posate free! :) Io mi guardo intorno, rinfresco i ricordi dei racconti di mio padre, infilo tre dita nel riso e comincio a mangiare. Ragazzi che gusto!!! Mangiare con le mani è un altro pianeta! L’avventore però nota che il mio compagno di viaggio è alquanto in difficoltà.. così.. tanto per non mancare alla sua disponibilità, decide di inventare con una foglia di palma, un cucchiaio, che porge a Giò.. che finalmente comincia a mangiare più sereno. Quanto abbiamo speso? Cinquanta centesimi di euro, in due. Compresi di due fanta e due pepsi. Il Tamilnadu oltre ad essere meravigliosamente amichevole è anche micidialmente economico. Dopo il pranzo, prendiamo un risciò per andare a Dhanushkodi, la spiaggia che divide l’India dallo Srilanka. Decidiamo che vogliamo vedere le rive dell’altro stato e ci incamminiamo in quella che si rivelerà la più stancante ed emozionante delle nostre avventure. Dhanushkodi è una lingua di spiaggia in mezzo all’oceano indiano e il golfo di Mannar, ventosa e infinita. Dopo pochi chilometri a piedi dalla fermata dell’autobus dove ci aveva lasciato anche il risciò, siamo in mezzo al nulla. Solo io e Giò. Non soffermatevi tropo pensarci, potrebbe venirvi un attacco di panico! E alla fine non ce l’abbiamo neanche fatta a vedere lo Srilanka, il sole, il vento, la tempesta di sabbia, ci ha sfiancato dopo soli 5 km quando già il pensiero di tornare indietro era qualcosa di devastante. Abbiamo incontrato una cagna incinta, una chiesa abbandonata, un pesce palla morto dalla paura in riva, e ho raccolto le più belle conchiglie che abbia mai raccolto sulla riva di una spiaggia in vita mia. Ma nonostante questa paradisiaca sensazione di vivere ai confini del mondo, siamo dovuti tornare indietro. Alla fermata del bus i bambini ci chiedono penne e matite, ma noi siamo stati così stupidi che non ci siamo portati niente. E poi siamo cotti. Cotti di stanchezza e non vediamo l’ora di tornare in albergo, il più fico di tutto il paese.. non che l’unico! Quando arriviamo nella hall il sorriso degli albergatori evince il fatto che finalmente abbiamo preso un pò di colore! Ci siamo ustionati! :) Ma è stata la più bella giornata della nostra vita. Peccato doveri ripartire subito. Madurai ci aspetta, ancora due giorni e poi si torna in Italia. Così di prima mattina riprendiamo lo stesso bus e torniamo a Madurai. Seguiamo le indicazioni della guida che si rivelano sbagliate e ci ritroviamo in un albergo a 5 stelle deluxe, ma siamo troppo stanchi per cercare qualcos’altro, e sebbene l’idea di risparmiare ancora un pò non ci dispiaccia, ci ricordiamo sempre che in euro, quel mega hotel alla fine non è che costi poi molto, e lì decidiamo di fermarci. Madurai è una città tempio. Non c’è altro. Ma varcate le soglie di quel luogo sacro, l’aria che si respira… è tutt’altra cosa! Purtroppo noi non siamo Hindu e non abbiamo accesso a tutte le aree del tempio, ma quello che c’è intorno basta a farci entrare in una dimensione spirituale che difficilmente avevamo toccato prima, se non quando c’eravamo ritrovati da soli con noi stessi su quella infinita spiaggia. Siamo a piedi nudi, come la regola esige e la pietra del tempio è calda e piacevole e gli altoparlanti ripetono un mantra che mi riempie di pace. È una senzazione strana. Noi occidentali non siamo più abituati a dimenticarci delle scarpe, ad assaporare il contatto con il terreno, a farci elevare dal piacere che questo certe volte emana. Ma è bastato poco, Dopo neanche un’ora in giro per il tempio, ci siamo ritrovati scalzi in mezzo a un mercato che non c’entrava niente con tutto il resto! C’eravamo persi, sbagliati!!! Ma tanto oramai.. era così bello camminare a piedi nudi… perché smettere???? Nel mercato vengo marcata stretta da una ragazza in cinta che a tutti i costi vuole vendermi due cavigliere di silverplate, che per convincermi tira fuori qualche frase italiana mista a una dozzina di sorrisi e mi mette in fronte un punto rosso. Ora si che mi sento proprio parte di questo paese. Ho il terzo occhio, due tipiche cavigliere e al braccio una fila di bangles (braccialetti votivi) di vetro colorati che un commerciante mi ha regalato in cambio di un sorriso. Un sorriso! Quello che l’India ha marcato a fuoco nel mio cuore. C’ho messo mesi prima di riuscire a rielaborarlo. L’ho dovuto sedimentare, digerire e fare mio, prima di riuscire a regalarvelo con la stessa dolcezza. Spero di esservi riuscita e con questo ad agurarvi buon Natale. Buon Natale da me e dalla mia India.
(del 22/11/2009 @ 23:53:44, in Off Topic, linkato 192 volte)
Non so che infanzia abbiate avuto voi, ma io sono cresciuta al cinema. Mio padre non era un uomo capace di avere a che fare con una bambina, così non sapendo come gestirmi nei giorni che dovevamo passare insieme, mi portava o al Lupark o al cinema. Ma il Lunpark per una giornata intera costava troppo due volte la settimana e così, preferiva quasi sempre la sala cinematografica. Lì infatti lui poteva dormire senza troppo essere disturbato e io guardare a ripetizione il film che avevo scelto fino a che la maschera non ci mandava via perché stavano chiudendo. Il sabato e la domenica per anni sono stati quindi i miei giorni preferiti. Amavo il cinema! Se mi concentro riesco ancora a sentire l’odore del pop-corn in busta e della polvere delle poltroncine rosse in cui sprofondavo perché non riuscivo nemmeno a toccare per terra. Così, grazie a quel cinema che guardavo più o meno 96 giorni l’anno, ho cominciato a vivere in un mondo dove spesso io stessa nella mia mente parlavo in terza persona di quello che mi stava accadendo perché, come in ogni buon film che si rispetti, in quello della mia vita non poteva certo mancare la voce fuori campo.
“Visto? Io sono l’unico ad avere una visione di insieme! Ecco quello che chiamano genio!” (Basta che funzioni – Woody Allen - 2009)
Adoravo Bud Spencer e Terence Hill e non so quante volte ho visto e rivisto “Io sto con gli ippopotami”. Credo di avermici fatto portare per tutta la durata in sala. L’altra mia grande passione erano i film di Celentano e Pozzetto! “Lui è peggio di me”, che li vedeva addirittura insieme sulla scena era in assoluto il mio film preferito, e penso anche per questo di aver consumato la poltroncina. Ma i preferiti di mio padre erano i film romantici. Niente scazzottate in video o fragorose risate in sala che potessero svegliarlo. E così, per colpa del più cinico e menefreghista degli uomini, sono venuta su come l’ultima delle romantiche. Casablanca, Il Dottor Zivago, Love Story, Via col Vento, Vacanze Romane, Ufficiale gentiluomo, Pretty Woman, Dirty dancing, Harry ti presento Sally. Mentre mia madre gridava in casa l’inno “Al rogo gli uomini!!!” io crescevo con l’idea che l’unico amore possibile nella vita fosse quello romantico. E diciamocelo, dai, alla fine non è forse una gran cazzata?
Tutti i film si tradiscono su questo. Anche quelli che ammettono che l’amore romantico è solo una trovata Hollywoodiana.
In “The mirror has two faces” - “L’amore ha due facce” con Barbara Streisand e Jeff Bridge, lei tiene una lezione pazzesca in un aula di università proprio sull’amore romantico. A un certo punto dice “Il vero amore ha una dimensione spirituale mentre l’amore romantico non è altro che menzogna, illusione, un mito moderno, una manipolazione priva di anima. E a proposito di manipolazione, quando andiamo al cinema, noi vediamo gli innamorati che si baciano sullo schermo, la musica aumenta di volume e noi ce la beviamo, giusto? E così quando il mio ragazzo mi porta a casa e mi da il bacio della buona notte se non sento la Filarmonica io lo mollo! Ora la domanda è: perché ce la beviamo?” Ecco, pure questo film come tutti i salmi, finisce in gloria. Anche lo stesso “Is just not that into you”, il problema è che non gli piaci abbastanza”, dopo aver preso per il culo le donne per più di due ore, raccontandone nei minimi particolari i più profondi difetti e lati deboli, regala loro la presa per il culo finale! Alex torna da Gigi! Ma quando si è mai visto??? Solo al cinema! Se avessimo davvero potuto vedere il seguito, Alex si sarebbe stancato di Gigi dopo una settimana, perchè Gigi è una grassa ansiogena ipocondriaca che ha bisogno di gestire la vita altrui per sentire la propria sotto controllo e avrebbe trovato il suo Alex a letto con la strafica bionda, con cui da anni faceva altro che partite alla play station.
Ma invece “Ci beviamo”, dopo due ore di denigramenti contro il genere femminile, che anche le sfigate possono essere “l’eccezione”.
E cosi’ ci innamoriamo dell’idea che anche per noi un giorno arrivera un Richard Gere che ci porterà via in spalla dalla fabbrica per sposarci e regalarci una vita migliore, oppure che salirà per noi una scala anticendio pur soffrendo di vertigini solo per dirci ti amo.
In ognuno di questi film (e da notare che il 90% di questi sceneggiatori appartiene al genere maschile) c’è un uomo che fa lo stronzo come pochi e poi, miracolosamente, la sua immagine viene riabilitata in extremis.
Perchè? Perchè torna indietro a giurare amore eterno! Torna indietro a dire “Mi dispiace” oppure “Io ti salverò”.
“Nessuno può mettere Baby in un angolo” (Dirty Dancing)
“E non è perchè mi sento solo, e non è perchè è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perchè quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile!” (Harry ti presento Sally)
“Certo, si, si è così, il fatto è questo…hai ragione, mi sono talmente abituato a tenermi a distanza di sicurezza da tutte le donne, ad avere un potere… che non sapevo più cosa si prova quando veramente ti innamori di una di loro… non lo sapevo…”. (“Is just not that into you”,)
Niente più e niente di meno della parabola del figliol prodigo.
Non so che dire. Di Hollywoodate ne ho fatte parecchie nella mia vita sentimentale, fedele a quel amor romantico che mi sarebbe piaciuto vivere, ma non ho mai trovato nessun uomo alla mia porta, nè a chiedermi scusa, nè a giurarmi amore eterno. Eppure di molti sono consapevole che non abbiano mai smesso di pensarmi. Ma questo nella vita vera non basta. Nella vita vera ti accontenti, non ti esponi al rischio o al cambiamento.
Eppure io non ci riesco, non mi basta sapere che potrei avere accanto una persona che mi ama. Io voglio le campane, io voglio la Filarmonica nel mio stomaco ogni volta che incrocio il suo sguardo, voglio quel feeling magico che ti stordisce ogni volta che ci pensi, voglio quella passione travolgente, voglio quella confidenza inspiegabile anche se infondo è solo la prima volta.
Gli uomini sopra i trenta non sanno più riconoscere questa passione, gli uomini sotto i trenta non hanno il coraggio di viverla.
Sono combattuta. Una parte di me aspetta il fantomatico che torni a bussare alla sua porta, mentre l’altra lo sa.
Semplicemente accadrà. Quello che deve accadere accadrà.
“Senza pretese, senza campane, senza colombe nè titoli di coda.[…] Perchè la persona giusta non è quella che ti stravolge la vita, anche se è piu' facile crederlo. Ma quella che non te la cambia affatto. Semplicemente ne prende parte, piano piano, fino a diventarne l'ingrediente principale. E tu il suo. Certo, suona meno romantico. Ma a me l'idea non dispiace affatto.” (auto cit.)
“Ecco perchè non lo dirò mai abbastanza: qualunque amore riusciate a dare o ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o procurare, qualunque temporale ad energizione di grazia: basta che funzioni. E non vi illudete. Non dipende per niente dal vostro ingegno umano, più di quanto non vogliate accettare è la fortuna a governarvi.” (Basta che funzioni – Woody Allen )
(del 10/11/2009 @ 01:36:34, in Off Topic, linkato 92 volte)
Questo il titolo del mio prossimo quadro.
Ma sarà un murales.
(del 20/08/2009 @ 02:14:36, in Off Topic, linkato 124 volte)
E' da tempo che non scrivo più. A volte dimentico che questo è uno spazio tutto mio dove non importa se nessuno commenta o leggerà. Questa è la mia terra, il mio regno. E ne faccio quello che voglio. Anche niente se è così che sento. Come quando hai un dono e dimentichi di averlo. Te l'hanno invidiato tutti, ma tu per una serie di motivi, preferisci non ricordare di possederlo più e così.. semplicemente smetti di avere quella peculiarità. Non importa quale essa sia. L'importante è tornare ad averla, prima o poi.
Quando ero solo una ragazzina la mia vita era la musica. A cinque anni chiesi a mia madre di mandarmi a lezione di chitarra e quella poveretta, che proprio non se lo poteva permettere, mi disse semplicemente che non avrebbe avuto i soldi per comprarmi uno strumento così costoso. Allora chiesi la chitarra a mio padre, ma lui, un uomo per il quale non poteva esserci spazio nella vita per le passioni artistiche, per non dare peso alla mia scelta e anzi ridicolizzarla, mi regalò una chitarra tre quarti della Bontempi. Ancora me lo ricordo quel pezzo di plastica. Emetteva un suono da fare schifo. Ma io che avevo sempre avuto la musica nelle corde della mia anima, che avevo imparato da sola a suonare a poco più di quattro anni tastiera e armonica a bocca, non sapevo cosa farmene di quell'orrore.
Quindi piansi. Perché diciamocelo, è cosi' che si affrontano i problemi a quell'età. Piansi così forte e così a lungo, che la mia vicina si mosse a commozione. "Piccola... questa è la chitarra di Chicco, gliel'hanno regalata per la prima comunione, ma lui non la usa.. ora è tua."
La cosa più bella nella vita è quando un pianto di disperazione si trasforma magicamente in felicità. Avevo finalmente la mia prima chitarra! Una Eko, un pezzaccio di legno! Ma in confronto al pezzaccio di plastica sembrava un paradiso! :) Dai 6 agli 11 anni, misi soldi da parte. Invece di farmi regalare bambole o giocattoli, mi facevo dare contanti per poter comprare la chitarra dei miei sogni. Nel 1987 finalmente comprai la mia Halhambra: 987.000 lire. Cedro rosso, fondo in mogano, dolcissimo. Tastiera in palissandro. Calda solo a guardarla. Più la stringi tra le mani e più senti che il legno si abbandona al tuo abbraccio regalandoti suoni inaspettati e profondi. Ma la vita ti stupisce sempre quando meno te l’aspetti… e proprio quando mi ero decisa finalmente di chiedere a mia madre di iscrivermi al conservatorio.. venni operata. Dito a scatto. Una cosa molto insolita a 15 anni visto che è una patologia senile. Non suonai più come prima e abbandonai l’idea del conservatorio, che mai le confessai.
Ma la musica è un’energia che cresce dentro. Prima o poi esplode.
Così iniziai ad usare la mia voce.
Ed era stupendo! Potevo farne quello che volevo.
Abbassarla, alzarla, modularla. Era davvero parte di me. Senza falsa modestia, per anni sono stata l’invidia e la stima di un liceo intero. Coro, gruppo, concerti, operette. Mi sono buttata in tutto quello che potesse sfruttare la mia voce. Ma non avevo previsto che l’amore mi avrebbe sottratto il dono più grande.
Suonavamo sempre insieme. Improvvisazioni, chitarra, voce, armonica. Ma le bugie, la follia, l’immaturità… rovinano ogni cosa. E da allora non ho più suonato né cantato. La mia Halhambra è uscita dal fodero solo quando il dolore, la passione o la felicità erano troppo forti per poter rimanere chiusi semplicemente dentro di me. E sono tramutati in musica e parole. Ma per anni solo sporadici episodi dopo i quali ho scelto di far finta di niente. Credevo di aver superato egregiamente quella batosta amorosa, ma sentivo anche sempre qualcosa di insoluto dentro di me. Ho pensato che forse la cosa migliore fosse reincontrare quella persona, affrontarla nuovamente e dirgli qualcosa, qualunque cosa che non gli avessi già detto. Ma la verità era solo che mi mancava me stessa. Io e la mia capacità di abbandonarmi alla musica.
Perché quando la ami, la musica ti rende inerte. Quando ne sei in balia chiunque potrebbe fare di te quello che vuole e non volevo che succedesse nuovamente. Per questo ho creduto di proteggermi negando la mia parte più importante. Ma castravo solo la mia anima. E ora non ho più intenzione di farlo. Per sciogliere quel nodo che porto dentro da anni non ho bisogno di parlare ancora con Andrea. Ho bisogno di tornare a cantare. Cantare e tornare me stessa. Finalmente un unico pezzo. Cassa di risonanza. Come ero prima.
(del 05/01/2009 @ 22:57:04, in Off Topic, linkato 533 volte)
ICBIE non e' un semplice associazione umanitaria, l'ICBIE è il sogno e il progetto di un uomo che conosco personalmente e che ho potuto apprezzare in tutta la sua umanità nel corso degli anni. Il presidente fondatore della associazione, il prof. Pietro Gallina, mio insegnante di musica al liceo, sta ora affrontando la piu' dura di tutte le sfide, trovare fondi per mandare avanti i progetti dell'ICBIE in attesa che le diverse richieste di finanziamenti si sblocchino, anzichè terminare tutte le attività. Il fine ultimo dell’I.C.B.I.E. è quello di educare e migliorare i giovani di Salvador fornendo loro un’istruzione di qualità e una abilità artistica che potrà permettergli di ottenere più facilmente un lavoro dignitoso per sfuggire alla povertà, all’ignoranza e alla violenza. Per provvedere ai bisogni educativi e culturali della locale comunità l’I.C.B.I.E. concentra i suoi sforzi sulle seguenti iniziative:
- Un programma integrato volto ad arricchire e migliorare la comprensione, l’integrazione e lo scambio culturale tra Italia e Brasile, due nazioni con profondi legami storici e culturali.
- Corsi formali di informatica, lingue straniere (principalmente italiano, inglese e portoghese per stranieri), belle arti, teatro, cinema, musica e attività sportive (hapkido, capoeira etc.).
- Seminari di fotografia, ripresa cinematografica, danza, moda, letteratura, artigianato e gastronomia. * La biblioteca Leonardo da Vinci con i suoi circa 12.000 titoli di libri, video DVD e VHS, CD di musica, aperta al pubblico.
- Mostre di arte e fotografia, concerti e conferenze realizzate da artisti ospiti.
- Essere una base di scambi culturali autentici dove operatori sociali in visita, ONG e turisti socialmente responsabili possano incontrare la comunità locale per favorire il mutuo rispetto e incoraggiare lo scambio di conoscenze.
- Aiutare associazioni locali, orfanotrofi e scuole riconosciute per il loro dignitoso impegno sociale.
Queste le parole dell'appello del Presidente: "Cari amici, ex studenti e artisti: il nostro progetto culturale e d’insegnamento impiantato qui ai limiti delle favelas di Salvador in Brasile, gia’ da 4 anni sempre funzionante e pieno di attività e successi, dal primo gennaio 2009 deve chiudere per mancanza di fondi, aspettando che alcuni progetti vengano approvati e altri fatti e inviati per l’approvazione insieme ad altre programmate campagne di raccolta - a tutti voi che mi conoscete chiedo di affrontare una battaglia e una sfida: riuscire a riaprire le attività attraverso un versamento, una donazione piccola o grande che sia, tentando tutti insieme, in italia e in europa, di raggiungere almeno 10.000,00 e. (diecimila euro) somma che potrà coprire le spese dei primi sei mesi dell’anno 2009 e permetterci di ricominciare le attività con i nostri studenti e rilanciare raccolte e finanziamenti in altre direzioni. La raccolta al Beba Samba fatta a Roma già ci conforta per l’affetto mostrato da tutti i nostri sostenitori attraverso un ICBIE italia davvero attivo – grazie! Per le festività prossime anche in tempo di crisi vi invito a riflettere sul nostro lavoro attraverso le informazioni e gli articoli pubblicati sul blog ( http://icbie.net/blog/) del nostro sito www.icbie.com e decidere se il nostro lavoro fatto finora valga la pena di continuarlo oppure fermarci a scapito della comunità carente locale che ha posto su di noi tante speranze: soprattutto quelle di poter lavorare attraverso lo studio, per uscire dall’esclusione. Forza a tutti voi e voglio sperare che ce la faremo! E naturalmente invito ognuno di voi a divulgare e spedire questo appello a persone che possono aiutarci." Pietro Gallina e i soci dell’ICBIE Brasil Ecco come partecipare alla raccolta: Versamenti mediante metodo Pay Pal attraverso il conto del nostro sito www.icbie.com (finestra “Come aiutarci” link DONATE) Si accettano versamenti a partire da 20 fino a 30, 50, 100, 500 Euro Specificare sempre il motivo della donazione: Progetto D’Artagnan-ICBIE per attività culturali e riattivazioni corsi d’insegnamento. Altre possibilità per chi non ha fiducia nei versamenti online sono i bonifici bancari: 1) BANCO BRADESCO S/A SALVADOR, BAHIA, BRASIL COD. SWIFT - BBDEBRSPSDR A FAVORE dell’ : INSTITUTO CULTURAL BRÁSIL ITÁLIA EUROPA – Rua Porto dos Tainheiros, 36 – 40421.580 Salvador de Bahia - Brasile AG.: 3012-0 CONTO CORRENTE: 103.123-6 2) POSTE ITALIANE – Via Marmorata, 4 - 00153 ROMA a nome GALLINA PIETRO Lungotevere degli Artigiani, 28 – 00153 Roma Conto corrente n. 43386036 Coordinate Bancarie IBAN: IT56M07610320000043386036 Codice BIC: BPPIITRRXXX 3) UNICREDIT BANCA DI ROMA ag. n.101 Piazza Testaccio, 15 – 00153 ROMA a nome GALLINA PIETRO Lgt. degli Artigiani, 28 -00153 ROMA Conto corrente 6408-32 codici: ABI: 03002 CAB: 05003 BIC: BROMITR1101 CORDINATE BANCARIE IBAN: IT06P0300205003000000640832
(del 21/03/2008 @ 08:11:30, in Off Topic, linkato 235 volte)
Sono 7 anni che sogno questo viaggio e finalmente quel giorno e' arrivato.
Oggi parto.
Alle 13:50 spicchero' il volo per la Thailandia per affrontare un tour di archeologia e natura che passera da Nam Tok, Kanchanaburi, Suopanburi, Ayutthaya, Lop Buri, Arayanprathete, fino ad arrivare in Cambogia da Poipet a Siem Reap, dove passero una settimana in mezzo alla fantastica piana di Angkor.
Ci vediamo presto...auguratemi buon viaggio.
(del 06/02/2008 @ 11:28:49, in Off Topic, linkato 259 volte)
... la vertigine non e' paura di cadere, ma voglia di volare...
Vale la pena cercare. Qualcuno tempo fa ha scritto di me che sono Luce, per lui e per le persone che ho intorno. Francesco mi ha regalato una stella dandogli il mio nome. Qualcun altro ancora diversi anni fa mi disse che scaldavo l'anima come un sole in piena esplosione di vitalità.
Ho voglia di volare, di continuare a camminare ed illuminare il mio sentiero e quello degli altri. L'importante e' seguire sempre quella Luce, ovunque mi porti. Vera, che risplende in me e che vedo risplendere in altri.
"Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi, vivi come credi, fai quello che ti dice il cuore… ciò che vuoi. La vita è un’opera d’arte che non ha prove iniziali: canta, ridi, balla, ama… e vivi intensamente ogni momento della tua vita prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi."
Charlie Chaplin
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09/09/2010 @ 23.09.22
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