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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
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Roma 02/06/2010
Ho impiegato diversi giorni per metabolizzare tutto quello che era successo e decidere sul da farsi.
E non è un caso che abbia scelto di scrivervi nuovamente solo ora.
Il giorno della festa della Repubblica.
La Res Publica.
La cosa pubblica, che appartiene a tutti, che è sentita da tutti e fatta per tutti. La democrazia del popolo.
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Quella che i latini ci hanno insegnato e che noi abbiamo dimenticato. Quella che non ci appartiene più.
Perché, da tempo immemore, c’è stata rubata da un’oligarchia nascosta e perché in realtà… siamo sinceri, non abbiamo più voglia di prenderne parte.
Dopo la lettera che ho scritto e pubblicato a destra e manca sulla rete, i cui toni forse sono sembrati quelli di un avvocato pur rimanendo sempre e solo i miei, ho ricevuto diverse telefonate interessanti. E questo è stato per me già grande motivo di orgoglio.
La mia opera di comunicazione, non di net, aveva colpito dove avevo desiderato.
Il mio obiettivo era stato raggiunto. Peccato solo che ci fosse stato bisogno di urlare in quel modo per ottenere risposta.
Peccato che coloro che si professavano “semplici cittadini” non si fossero sentiti poi così semplici da accettare l’aiuto di chi gliel’aveva precedentemente offerto, dando risposta a chi gli porgeva domanda.
Ma come si dice?
Chiedere è lecito, rispondere è cortesia.
Evidentemente questo non è più neanche un paese dove possa regnare il Pubblico Rispetto.
E allora mettiamo alcuni puntini sulle i, almeno su quelle che “Lor Signori” hanno frainteso.
Sylvie Renault, Massimo Righetti, “Nessun Bavaglio” e Play4* in generale, che non è nemmeno una società, ma solo una aggregazione saltuaria di persone relativa a determinati progetti, non fanno politica, ma sensibilizzazione culturale e il loro strumento è l’arte.
Non ricerchiamo la rivoluzione del popolo, ma la sua consapevolezza.
Quindi se avete temuto che volessimo rivendicare qualche diritto su un chicchessia movimento politico, eravate totalmente fuori strada.
Perché a noi non interessa che il nostro pubblico sia di destra o di sinistra, vorremmo solo che fosse composto da cittadini consapevoli.
Capaci di scegliere, di pensare con la propria testa, anziché col tubo catodico. Per questo ci impegniamo con il nostro lavoro portando avanti le nostre idee di libertà e democrazia.
Di Res Publica, per l’appunto.
Non di politica.
Perché lo stato è interesse pubblico.
A prescindere dal colore di cui si tinge di anno in anno.
Il potere invece un interesse di pochi, anche questo che prescinde dal colore e che finisce col far comportare esattamente come chi si stava contestando.
Detto questo, cosa aggiungere se non che grazie a “Lor Signori”, ho perso già un collaboratore?
Nemmeno direttamente interessato al progetto del “Nessun Bavaglio”, tra l’altro.
“Mi fai apparire come un comunista reazionario antigovernativo” questa la telefonata che ho ricevuto oggi.
Io che non faccio politica, ma sensibilizzazione culturale, ho perso un collaboratore spaventato dalla possibile opinione pubblica.
“Lo so che non fai politica, ma non puoi fermarti a quello che pensi tu, devi allargare il tutto a quello che gli altri potrebbero pensare di te! E’ già difficile trovare un lavoro così, figuriamoci con un’etichetta del genere addosso”. Io, che ho perso il lavoro nel 2008 “grazie alla crisi”, finendo in mezzo a una strada, avendo lo sfratto, riempiendomi di debiti con gli amici che mi hanno aiutato e sostenuto pur di sopravvivere e andare avanti fino a che non trovato altro con cui sfamarmi…
io che quando Diliberto se ne è uscito con i suoi manifesti “La vostra rabbia è la mia rabbia” ho pensato dentro di me “Dilibé, se avessi in corpo un quarto della rabbia che sto provando io in questo momento, questa Italia da mo’ che l’avevi cambiata!”…
io che quando ho ricominciato a respirare mi sono impegnata sulle mie idee di sensibilizzazione proprio per combattere situazioni come quelle che avevo vissuto, dando possibilità a chiunque di dare visibilità alle proprie capacità e al proprio lavoro attraverso i nostri progetti…
ora vengo tacciata di “negative labeling”.
Grazie a chi?
Grazie a voi. “Lor Signori dell’Informazione”.
Voi che vi battete contro la censura, ma che avete censurato l’articolo a noi dedicato facendolo sparire inspiegabilmente nell’etere 24 ore esatte dopo, per poi trarne spunto e visibilità per il vostro torna conto la settimana successiva. Accostando uno slogan praticamente identico a quello che noi stavamo usando a un contest totalmente simile al nostro.
Prima solo dedicato a foto provenienti dai vostri lettori, ora anche con foto “d’autore”, chiaramente effettuate da professionisti, come le nostre.
Il danno SEO? Irreparabile.
E chi sa di cosa sto parlando, non ha bisogno di spiegazioni.
Per non parlare degli altri.
Ma al di là di questo, se vi foste sentiti così “semplici” come noi, non ci avreste forse dato accoglienza?
Non ci avreste reso partecipi della comune intenzione?
Quale il senso del vostro silenzio di fronte alla nostra proattiva cooperatività?
Quale terribile impedimento vi avrebbe negato la possibilità di far coesistere e camminare insieme il movimento politico al fianco di quello culturale, nato da “semplici cittadini” come voi stessi vi professate?
O forse la Res Publica non è più Publica come “Lor Signori dell’Informazione” vogliono far credere che sia?
Noi, comunque, andiamo avanti.
Il 17 giugno 2010 esporremo “Nessun Bavaglio” in occasione dell’apertura dell’Estate Romana all’interno della manifestazione “Lungo er Tevere”, dirimpetto al Chakra Café, sulla riva del Tevere per l’appunto di fronte viale Trastevere (a sinistra sotto Ponte Garibaldi, Roma).
Oltre ad esporre, allestiremo un set per raccogliere ulteriori adesioni culturali ed effettuare nuovi scatti di protesta.
Siete tutti invitati quindi a dare il giusto risalto mediatico alla cosa se lo desiderate, ma soprattutto a venire e prenderne parte.
Perché a pensarci bene, tra i nostri veri “semplici cittadini”, mancano solo le vostre facce.
Sylvie Renault
“Un rivoluzionario appartiene al mondo politico; il suo approccio passa attraverso la politica. Egli pensa che cambiare la struttura sociale sia sufficiente per cambiare l’essere umano.
Un ribelle, per come io intendo questo termine, è un fenomeno spirituale. Il suo approccio è assolutamente individuale. La sua idea è questa: se vogliamo cambiare la società, dobbiamo cambiare l’individuo. La società in sé non esiste: è solo una parola, come “folla”; se la cerchi, non la troverai. Ovunque incontri qualcuno, incontri un individuo. “Società” non è altro che un nome collettivo privo di realtà, senza sostanza.
L’individuo ha un’anima, quindi può cambiare, evolversi, trasformarsi. La differenza è enorme.
Il ribelle è l’essenza stessa della religione.
Egli porta nel mondo un cambiamento di consapevolezza… e se la consapevolezza cambia, la struttura della società non può che seguirla, è inevitabile.
Il contrario, invece, non è possibile: tutte le rivoluzioni l’hanno dimostrato, perché hanno fallito.
Nessuna rivoluzione è riuscita a cambiare gli essere umani, ma sembra che non ce ne siamo accorti.
Ancora continuiamo a pensare in termini di rivoluzione, di cambiamento della società, del governo, della società, della burocrazia, delle leggi, dei sistemi politici. Feudalesimo, capitalismo, comunismo, socialismo, fascismo: tutti, a loro modo, erano rivoluzionari, e tutti hanno completamente fallito, un fallimento inequivocabile perché l’uomo è rimasto lo stesso.”
Liberi di essere – Osho, mistico e filosofo indiano che ha dedicato la propria vita al risveglio della consapevolezza.
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(del 30/05/2010 @ 00:11:41, in Off Topic, linkato 58 volte)
La vita è un attesa. Di vedere la luce prima nascere, di imparare a mangiare prima di lasciare il seno, di cominciare a parlare prima di smettere di gemere, di camminare dopo aver solo gattonato.
La vita è un attesa. E attendo di acquisire saggezza, di trovare l’amore, di avere stabilità economica, di vedere riconosciuti i miei meriti, di avere giustizia.
Attendo un lavoro sicuro. Attendo di capire cosa sia la sicurezza.
La vita è un attesa e anche se intorno tentano di convincermi che con il denaro potrò ottenere tutto, comunque dovrò attendere di accumularne per illudermi che non debba più attendere.
Così non compro nulla, ma aspetto l’autobus che passi, che smetta di piovere, che torni il sole e quando è tornato aspetto che arrivi di nuovo la notte. Aspetto che arrivi l’estate e quando fa troppo caldo aspetto con ardore di nuovo che arrivi l’inverno.
Io aspetto. Perché la vita è un attesa.
E quand’ero piccola aspettavo di crescere, quand’ero adolescente aspettavo di diventare adulta e ora che sono adulta… aspetto di diventare vecchia. Quando sarò vecchia aspetterò di morire.
Perché la vita è un attesa.
E non date adito a chi vorrà farvi pagare un biglietto per smettere di attendere. Anche se ci riusciste, perdereste il senso profondo della vostra vita.
L’attesa.

Leggi lo stesso articolo anche su Dillinger.it |
Dopo 5 giorni di attesa e tentativi di contatto con lo staff del Gruppo Editoriale L'Espresso, Divisione Repubblica, No Bavaglio e Valigia Blu, per appianamento pacifico della controversia, inizia la rivendicazione ufficiale del Diritto d'Autore sul movimento "No Bavaglio", per i risarcimenti morali e mediatici.
Nel seguente articolo: Oggetto; Reale paternità del movimento e del progetto fotografico; Elenco delle violazioni; Richieste
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Il documento completo, inviato ai diretti interessati tramite raccomandata a/r, comprensivo del punto "Svolgimento dei fatti" è scaricabile qui: http://www.play4.org/Nessun_bavaglio_rivendicazione_Diritto_d_Autore.pdf
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All’Attenzione dell’Ufficio Legale del “Gruppo Editoriale L’Espresso”, “Divisione La Repubblica”, Staff “NoBavaglio” e Staff “Valigia Blu”
Oggetto:
rivendicazione Diritto d’Autore sul movimento “No Bavaglio” e successivo contest fotografico indicato come “La rivolta dei post-it” e relativi risarcimenti danni morali e mediatici.
Reale paternità del movimento e progetto fotografico:
“Nessun Bavaglio”, di Sylvie Renault e Massimo Righetti, Team Play4*, rilasciato sotto Licenza Creative Commons “Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia” così come indicato sul sito di appartenenza progetto www.play4.org, dove è possibile leggere la scheda dettagliata del progetto (http://www.play4.org/index.html#bava) e visionare foto contest (http://www.play4.org/nessun_bavaglio_cosa_pensi_della_censura_su_internet.html#port).
Elenco delle violazioni da parte del Gruppo Editoriale L’Espresso, Divisione La Repubblica, Staff “NoBavaglio” e Staff “Valigia Blu”:
- Appropriazione indebita senza attribuzione di paternità del progetto “Nessun Bavaglio”.
- Alterazione e trasformazione dell’opera.
- Sfruttamento commerciale non concesso.
Vista la non curanza dimostrata verso la nostra completa disponibilità nell’appianare la questione in maniera semplice e collaborativa, visti i diritti lesi con tale leggerezza, con i conseguenti danni subiti, ci sentiamo obbligati a porre le seguenti richieste di risarcimento morale e mediatico.
Richiesta risarcimento danno:
- Pubblica ammissione della paternità del movimento e del progetto fotografico inerente.
La stessa assieme alle pubbliche scuse verso Sylvie Renault, Massimo Righetti e tutto il Team Play4* dovrà apparire oltre che sui portali de “La Repubblica” e “L’Espresso” anche sul quotidiano “La Repubblica” e il settimanale “L’Espresso” e non in forma di trafiletto o ultime pagine, ma sotto forma di articolo.
- Re inserimento dell’articolo “Metterci la faccia contro la censura sul web” all’interno del portale de “L’Espresso” e “Repubblica” con presenza in home page e home page sezione con riferimento diretto al nome del progetto “Nessun Bavaglio” STRANAMENTE omesso al momento della pubblicazione avvenuta in data 05/05/2010 nonostante nostre differenti indicazioni in merito.
Tale presenza dovrà equivalere ALMENO a tutto il periodo di esposizione mediatica di cui il “No Bavaglio” ha goduto senza riferimento diretto alla sua paternità. All’interno dell’articolo dovrà inoltre esserci diretto riferimento su come il movimento “Nessun Bavaglio” sia stato fonte d’ispirazione per “No Bavaglio”. Tale articolo dovrà essere re inserito tra quelli in archivio ricercabili dal motore di ricerca del portale.
- Presenza del marchio Play4* e dove possibile riferimenti ai relativi siti e pagine facebook,
su ogni pubblicazione del “No Bavaglio” e del relativo contest fotografico, sia che ciò avvenga online o sui media tradizionali. Il dettaglio di questi link sarà discusso successivamente e in base all’uscita.
- Coinvolgimento diretto sull’organizzazione di ogni attività di sensibilizzazione attuata attraverso l’utilizzo del movimento “No Bavaglio” e del contest fotografico.
- Partecipazione diretta del team Play4* nell’organizzazione e svolgimento di tali eventi.
- Nell’ottemperanza del diritto dell’autore di non permettere uno sfruttamento commerciale dell’idea, ma condividendo la causa per la quale il vostro movimento attualmente raccoglie fondi, in via del tutto eccezionale visto lo svolgersi dei fatti, sarà concessa una eccezione alla licenza e permesso tale sfruttamento.
Ma il 30% dei ricavati dovrà essere devoluta in forma risarcitoria all’Istituto Cultura Brasile Italia (d’ora in avanti ICBIE,) il cui fine ultimo è “quello di educare e migliorare i giovani di Salvador fornendo loro un’istruzione di qualità e una abilità artistica che potrà permettergli di ottenere più facilmente un lavoro dignitoso per sfuggire alla povertà, all’ignoranza e alla violenza”, fatta eccezione della somma utile a coprire le spese sostenute dal Team Play4* per l’organizzazione e realizzazione di quanto precedentemente elencato.
- Nello specifico dell’evento/manifestazione/concerto in programma per il 19 giugno, come nei successivi che verranno organizzati, si richiede di:
- far esibire uno o più artisti del concorso RomaExplorer “Vocinuove 2010”;
- poter contestualmente vendere proprio materiale promozionale e promuovere propria immagine. Gli introiti saranno devoluti anch’essi all’ICBIE, fatta eccezione della somma utile a coprire le spese sostenute dal Team Play4* per l’organizzazione e realizzazione di quanto sopra elencato.
Come già proposto nelle precedenti comunicazioni, si ribadisce l’assoluta volontà e voglia di agire insieme unendo le energie nella lotta per il fine ultimo comune: l’abbattimento di ogni censura.
La natura del seguente documento scaturisce solo dall’incredibile contraddizione scatenatasi dal vostro non curante atteggiamento verso chi, dal basso, da VERI SEMPLICI CITTADINI, aveva iniziato la vostra stessa lotta molto prima di voi legando ad essa un progetto artistico e culturale di sensibilizzazione, da voi poi successivamente sfruttato senza riconoscimento alcuno.
Come scrisse il vostro collega Tiziano Terzani in una sua famosa lettera
“Per difendere non c’è bisogno di offendere”.
Play4* aggiunge che per far rispettare un diritto non c’è bisogno di lederne un altro.
Il Team di Play4* si rende quindi disponibile a una pianificazione UNICA di sensibilizzazione e raccolta fondi, mettendo a disposizione gratuitamente, salvo rimborsi spese e richieste sopra elencate, le proprie competenze tecniche ed artistiche in Comunicazione, Social Marketing, Merchandising, Branding ed Organizzazione Eventi.
In difetto, decorso invano il termine di 10 giorni dal ricevimento della presente, ci riserviamo il diritto di adire le vie legali per la tutela dei ns. lesi diritti senza ulteriore avviso e con aggravio di spese a Vs. esclusivo carico.
Roma 23/05/2010
Sylvie Renault - Play4*Creative Massimo Righetti - Play4*Photographer
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Metti che un giorno ti viene un’idea che spacca. Da Outsider ti devi trasformare automaticamente in macchina da guerra pronto a tutto per difendere quella tua nuova proprietà. Un’idea semplice. Per questo funziona. Perché è diretta, immediata e che senza giri di parole parla di un tema di attualità. Tutti la possono capire, tutti ne posso prendere parte.
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A ottobre ho conosciuto un fotografo, Massimo Righetti, che Outsider un po’ più “out of age” di me, mi propone di imbarcarmi con lui in qualche progetto.
Mi fa “Dammi qualche idea, ho voglia di fare”. Così dalla mia mente nascono due mostre, due progetti fotografici: “Gli Equilibristi – Istantanea di un’Italia precaria”, che stiamo ancora finendo di allestire, e “Nessun Bavaglio” contest fotografico online sulla censura su internet.
L’idea è per l’appunto semplice. Dice “Non ne facciamo una questione politica, ma a noi di Play4* i bavagli non piacciono. Se l’intenzione è quella di censurare i nostri pensieri attraverso le nostre parole, per non permettere di esprimerci dovrete oscurare anche le immagini. Perchè un’idea nella nostra testa, prima di prendere forma con il linguaggio, viene visualizzata come un’icona. Ed è questo che abbiamo chiesto a tutti, di trasformarsi in simbolo e dare appello alla nostra domanda: “Cosa ne pensi della censura su Internet?”. Queste immagini le loro risposte. Lancia anche tu lo stesso contest sul tuo sito, sulla tua pagina di facebook o dove preferisci. Inviaci i tuoi scatti e verranno pubblicati insieme ai nostri. Se invece vuoi essere fotografato dal nostro staff, scrivici sempre allo stesso indirizzo e verrai ricontattato non appena organizzato lo shooting.”
Facciamo un sacco di foto per mesi e mesi, l’idea piace, le persone partecipano, gli shooting si moltiplicano. Nessuno manda le proprie foto, ma tanti chiedono di essere fotografati. Con gli scatti migliori allestiamo la mostra online. Sei scatti vengono scelti e esposti durante una collettiva di bianco e nero nella galleria “Spazio d’arte” a Monteverde, Roma. Nel frattempo continuiamo a muoverci su internet e il nostro progetto viene notato.
Alessandro Gilioli, giornalista di Repubblica, ci chiede se siamo interessati ad essere pubblicati sul portale de “L’Espresso”. La nostra gioia è tanta, almeno quanto le ore di lavoro che gli abbiamo dedicato e mandiamo subito il nostro materiale.
Dopo una lunga attesa, il 05 maggio 2010 veniamo pubblicati: http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/24311244 Ma c’e’ qualcosa che non torna.. abbiamo mandato tutte le informazioni sul nostro gruppo e sul progetto, ma questo non è sato pubblicato con il suo vero nome.
Il titolo “Nessun Bavaglio” non compare da nessuna parte. “Metterci la faccia contro la censura sul web” è il titolo al trafiletto che ci hanno dedicato.
Non gli do molto importanza e godo del risultato ottenuto. Anche se dura molto poco. Dopo 24 ore la nostra fotogallery sparisce e non è più raggiungibile in nessun modo, neanche tramite la ricerca (provate a cercare il titolo “Metterci la faccia contro la censura sul web”, non vi uscirà niente), se non con il link diretto. Al nostro posto il contest onnipresente sul portale “Menu da horror” che ritrae con degli scatti inviati dagli utenti, i menu più terrificanti dei ristoranti in giro per il mondo.
Continuo a non dare peso alla cosa pensando comunque che ho raggiunto un buon risultato. Alla fine.. sono nessuno! Una Outsider con le sue idee contro tendenza pronta a difenderle ad ogni costo e ho raggiunto per 24 ore l’homepage de L’Espresso senza calci nel sedere. Mi sento già una grande per questo. E le persone che hanno lavorato con me altrettanto.
Passa qualche giorno e in rete inzia a girare il sito www.nobavaglio.it, dedicato alla raccolta firme contro il decreto legge anti intercettazioni.
Non ci crederete, ma ne sono contenta. Vado su register.it e vedo che il dominio è stato acquistato l’8 maggio 2010 a notte inoltrata e penso “Ho creato un trend, ho lanciato un nome che funziona, sono davvero felice che qualcuno lo stia utilizzando a uno scopo utile nella mia stessa direzione.”
Passa ancora qualche giorno ed arriviamo ad oggi. Mi collego al sito di Repubblica e in homepage leggo “Repubblica sostiene il contest fotografico No Bavaglio lanciato dalla giornalista Arianna Ciccone e vi invita ad inviare le vostre foto”.
La foto ritrae tre persone con dei post-it sul viso. Uno scatto simile ad uno di quelli proposti nella mia mostra. http://www.play4.org/nessun_bavaglio_cosa_pensi_della_censura_su_internet.html
Il nome è praticamente identico, il fine e la modalità la stessa. Inizialmente ho pensato anche “forse sono stata io a non aver avuto poi un’idea cosi’ geniale, ma anzi cosi’ banale che puo’ venire in mente a chichessia giornalista per tirarci avanti l’acqua del suo mulino politico”. E, a non voler essere maliziosi, un pizzico di casualità potrebbe anche esserci nello svolgimento dei fatti.
Ma comunque mi è sembrato giusto contattatare la diretta interessata e chiedere spiegazioni. Massimo, che aveva già Arianna Ciccone tra i suoi contatti facebook e che più volte le aveva inviato il materiale della mostra in visione sperando che le potesse interessare, così come aveva fatto con Giglioli che infatti poi ci aveva proposto di essere pubblicati, spedisce un messaggio alla giornalista chiedendole se per caso, vista la somiglianza dei progetti, avessero voglia di lavorare insieme per l’obiettivo comune.
Nessuna risposta. Decido allora di muovermi autonomamente.
Chiedo l’amicizia di Arianna su facebook, la ottengo subito e posto sulla sua bacheca il seguente messaggio: - Ciao Arianna, ciao tutti, sono davvero molto contenta che il progetto “Nessun Bavaglio” che porto avanti da gennaio (contro la censura su internet, ma anticensura in generale) grazie all’eco che avuto in rete (dal suo sito, a facebook a l’Espresso 5/5/2010 http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/24311244 ) ti abbia dato l’ispirazione per smuovere ancora di più le acque! Brava, complimenti! :) Il mio ruolo di comunicatrice e creativa è proprio quello di sensibilizzare il pubblico e mettere a servizio le mie idee a chi più di me sarà in grado di renderle utili a uno scopo fattivo. Proprio per questo ogni mio progetto è registrato sotto Creative Commons (BY-NC-ND) e non sotto Siae. Sarebbe molto bello a questo punto unire le nostre energie! Non trovi? Come ho scritto anche a commento di un post di Travaglio, dedicato all’iniziativa di raccolta firme su www.nobavaglio.it “…sarebbe la conferma che le forze si possono unire almeno quando navigano nella stessa direzione”. Arte e denuncia è un po’ che non sanno più andare a braccetto, ma si dovrebbe ricominciare. Come vedi porta molti spunti utili e risultati. Contattami! :) Sylvie, P4* Creative
Questa la nostra fan page: http://www.facebook.com/pages/Play4/292857367695?v=wall&ref=ts Questo il nostro gruppo: http://www.facebook.com/group.php?gid=297830319188&v=wall&ref=ts E qui trovi la mostra anti censura.. fino all’ultimo scatto realizzato: http://www.play4.org/nessun_bavaglio_cosa_pensi_della_censura_su_internet.html#port E questo il sito del nostro gruppo di artisti e professionisti: http://www.play4.org/ -
Nessuna risposta pubblica, ma dopo pochi minuti ricevo il seguente messaggio:
Arianna Ciccone 20 maggio alle ore 19.13 sylvie uniamo le forze ma ti giuro che non ci siamo ispirati a te :D non sapevo niente di nessun bavaglio mi perdonerai anzi ci perdonerai :D
Le rispondo: Sylvie Renault 20 maggio alle ore 19.18 Ci mancherebbe! :) Allora la cosa è ancora piu’ fica se due donne intelligenti avuto la stessa idea geniale! ;) Ora devo scappare, ma se hai voglia si possono organizzare molte cose semplici e di impatto per coinvolgere le persone e portarle a firmare. Io e il mio team siamo pieni di idee abbiamo tanta voglia di fare, soprattutto se è per cambiare questa situazione allucinante che stiamo vivendo. Sentiamoci! Ti lascio il mio numero intanto: 34………. A presto Sylvie -
La nostra conversazione è andata avanti ancora un po’ di messaggi. Le ho proposto di organizzare flashmob ed eventi per la raccolta firme in cambio di poter utilizzare il materiale fotografico poi raccolto per la realizzazione di una mostra. Uno scambio equo insomma. Mi ha risposto che ne avrebbe parlato col gruppo e che mi avrebbe fatto sapere. Che dire? Stiamo a vedere. Vi terrò informati. Di mio non posso che essere contenta ed orgogliosa di me stessa e del trend che da buona outsider ho lanciato. Ma del sistema che vivo? Sempre meno.
Possibile che per difendere un diritto si debba ledere con tanta leggerezza quello di qualcunaltro?
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E' con grande onore che posto il link al servizio online dell'Espresso dedicato alla mostra Play4* "Nessun Bavaglio - Che cosa ne pensi della censura su internet?", di mia ideazione e realizzata grazie alla preziosa partecipazione di Massimo Righetti, il nostro fotografo, e di tutti gli amici e non che si sono lasciati fotografare.
Siamo stati notati tra le mille pagine di facebook, contattati e messi online. E' un grande segnale questo... l'arte e la passione del popolo riescono ancora a farsi notare e farsi sentire! E questo è anche grazie a tutti quelli che ci hanno sostenuto! Grazie davvero di cuore! Continuate a condividere le nostre pagine e il link a questo servizio dell'Espresso! Grazie Link al serivzio sul portale dell'Espresso http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/24311244
Link alla gruppo FB http://www.facebook.com/group.php?gid=297830319188&v=wall&ref=ts Link alla fan page Play4* http://www.facebook.com/pages/Play4/292857367695?v=wall&ref=ts
Link al sito di Play4* http://www.play4.org
Quando credi in qualcosa, quando ci credi veramente, la tua fede non fa che vacillare. Tale è la voglia di raggiungere ciò in cui credi, che metti sempre in discussione il tuo operato. Ma arriva un momento dove i segnali sono piu' forti. E inzi a capire che la strada che hai intrapreso, non era poi così folle come ti sembrava. Oggi è successa una cosa veramente particolare. Non tutti forse conoscono i miei lavori paralleli e alternativi, i miei proggetti sulla condivsione, lo scambio culturale ed emozionale, ma io ho una community e si chiama Play4Food. http://www.play4food.it C'e' una cosa in cui credo fortemente, la società che viviamo ci rende sempre piu' soli e la rete in questa direzione non ci aiuta. Viviamo in sistemi di solitudine autoconsistenti ed autoalimentati dove il contatto è solo virtuale. Combattiamo l'eterna battaglia tra il "me" e la folla, il nostro essere "uno" non ha più valore di fronte l'infinita estensione dell'uomo chiamata metropoli. I sogni individuali si agglomerano diventando sogni di massa e, nell’illusione di un appartenenza, ci ritroviamo individualmente soli all’interno di una “solitudine plurale”. Si annulla la condivsione, lo scambio non esiste. A meno che non si cambino le regole. Non per logiche di mercato o di marketing. Ma per ragioni di sopravvivenza e soprattutto sociali. Per questo è nato Play4Food. Un prototipo partecipativo sociale, una grande parola di cui farcirsi la bocca se volete, ma non è altro che un gioco. :) Semplice e immediato dove ognuno si fa conoscere per quello che è attraverso ciò che ama. Be'.. questa è una cosa in cui credo fermamemnte! Date alle persone emozioni e migliorerete loro la vita. Ma come ho detto all'inzio, tutte le piu' forti fedi vacillano dalle fondamenta. La community è stata pensata per essere internazionale, il non plus ultra la vedrebbe al centro di uno scambio culturale, musicale e grastronomico multietnico. Ma la verità è che quando non sei nessuno, come me, ci si mette tempo a farsi notare e conoscere. Play4Food ha diversi utenti non italiani, ma tutti usano il proprio account solo per ascoltare la musica, che gira random come fosse una radio dal palinsesto creato dagli utenti. La piattaforma che la ospita al momento, e che per questo motivo stiamo completamente riprogettando, non è delle piu' performanti e sicuramente non invita i piu' pigri ad un'iteranzione, tanto meno se non parlano Italiano o Inglese. Ma come dicevo, oggi è successa davvero una cosa particolare. Nel momento cruciale che stiamo respirando, dove per la prima volta nella storia in Italia una trasmissione televisiva di protesta, Rai per una notte, è andata in onda grazie al contributo dei soli utenti che l'anno guardata, un utente francese ha interagito con la mia community. Una ragazzina, di soli 17 anni, ha inserito la traduzione in francese di una canzone italiana: "Cento Passi" di Modena City Ramblers. Una canzone che parla di noi, della nostra storia di quello che abbiamo vissuto, combattuto e che continuiamo a combatttere e vivere ogni giorno. Questa cosa, successa proprio oggi, mi ha terribilmente commosso. Mi commuove l'idea di essere riuscita, con la mia passione per le persone e quello che esse possono dare e convidere, a smuovere e coinvolgere una ragazza cosi' distante da me per generazione e tipologia di società. Mi commuove l'idea che quello che ho pensato 4 anni fa, con la tecnologia che gli stiamo per regalare con la nuova piattaforma, sarà ancora più coinvolgente ed emozianante. Mi commuove perché inserendo la sua traduzione, mi ha trasmesso le sue emozioni, il suo amore per una canzone che racconta una storia che non ha mai vissuto, ma che evidentemente, conosce e condivide. E tutto questo mi restituisce il valore di anni di lavoro. Questo post anche per ringraziare gli affamati e folli che mi hanno seguito fin ora e che so continueranno a farlo. Grazie. Ascolta "Cento Passi" "Si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un'ideale ti porterà dolore.."
(del 04/03/2010 @ 02:52:34, in Off Topic, linkato 102 volte)
Mi passerà. Alla fine non faccio altro che chiedermi se sia talmente assuefatta a un certo tipo di dolore che non mi viene quasi più da piangere o se semplicemente me lo nego, perché tanto non ne vale la pena. Un lutto è un lutto. Non c’è niente che lo possa colmare. Nessuna lacrima lo mitigherà mai. Solo la vita e l’energia possono. Ma non cancellarlo, acquietarlo.
La cosa che mi fa più arrabbiare è questa stupida presunzione che tutti noi abbiamo. Domani.
Non facciamo che rimandare cose che ci potrebbero far star bene per costruirne altre che non sappiamo neanche se arriveremo a vedere. E io sono la prima. Ma ogni volta che perdo qualcuno mi rendo conto di quanto questo sia stupido anche se inevitabile.
E’ questo contrasto che mi fa impazzire.
Non voglio rinunciare ai miei obiettivi, ma nemmeno rinunciare alla possibilità di innamorarmi, stare bene, passare del tempo con i miei amici, rilassarmi, vivere la mia vita. Ho solo questa e non so neanche per quanto.
Diverse settimane fa avevo appuntamento con un ragazzo che mi piace davvero molto, ero su di giri, contenta.
Uscita dall’ufficio, con le cuffiette nelle orecchie, ho attraversato come al solito la strada, ma il semaforo non ha funzionato e dando verde sia per i pedoni che per le macchine, ha rischiato di farmi investire da un camion. Se non avesse frenato in tempo, sarei morta sul colpo. Non è successo e le cose non capitano mai per caso. Ho capito che avevo fatto bene e, anche se già lo sapevo, che la vita è un attimo e vale la pena giocare tutte le carte che si hanno se tieni a qualcosa, anche se non sai perché ci tieni.
Quando era sparito avevo due possibilità, incazzarmi e chiudermi nel mio orgoglio, o tentare. E per la prima volta nella mia vita, ho lasciato la porta aperta. E’ stata una sensazione strana perché nonostante tutto… passava aria! Perché è questo quello che fa una porta aperta, no? Corrente. Lascia che le energie fluiscano.
E come un vento di tempesta invernale, è tornato nella mia vita quella sera. Che quasi morivo sotto a un camion. Ma non è successo. Non era il suo destino arrovellarsi per mesi su cosa mi fosse mai accaduto. Non era mio destino sparire in quel modo. Forse destino di entrambi avere la possibilità di conoscersi.
Non so se ciò succederà mai, ma so che almeno c’ho provato. Perché mi stava a cuore. Veramente.
A te che mi stai leggendo e che la ami, butta nel cesso l’orgoglio, le paranoie, le difficoltà, e semplicemente disarmati e riprenditela. A te che invece sicuramente non mi leggerai mai e che c’hai provato con me giorni fa nonostante moglie e figli, ritrova la tua felicità.
La vita è una sola, ma tradisce solo se la metti in attesa. Perché come un amante capricciosa pretende di essere vissuta tutta in un momento. Ora io non so se riuscirò a non tralasciare niente, ma per certo so che sto cercando si seguire quell’aria, di seguire quel vento, quella corrente.
E' ufficiale, il gruppo Play4* è finalmente nato! Erano anni che ci pensavamo su, ma ora è realtà. Questo è il sito www.play4.org dove potete trovare le info sui nostri singoli progetti:
- Play4Food -Eat for free
- Play4Os - Just one limit: your immagination
- Gli Equlibristi - Istantanea di un Italia precaria
- Nessun Bavaglio - Cosa ne pensi della proposta di modifica n.50.0.100 al DDL n.733?
Play4* è anche su Behance!!!
(del 14/02/2010 @ 14:39:44, in Off Topic, linkato 129 volte)
E’ pomeriggio sera quando mi squilla il cellulare. Rispondo: “Si, pronto?”. Una voce sottile di giovane donna mi dice fredda: “Mi dai il tuo numero?” Il tono che usa mi infastidisce e poi penso “Ma se mi hai chiamato tu, che cavolo mi chiedi a fare il numero?”. Immaginando uno scherzo, guardo il telefono e riattacco senza dire niente. Dopo una decina di minuti squilla il telefono di casa. Rispondo. Dall’altra parte un’altra volta la stessa voce: “Mi dai il tuo numero?”. Ma più ferma e aggressiva. Questa volta mi spavento e metto giù di istinto. Dopo poco suona il citofono. Non aspetto nessuno. Ho un timore, ma mi sembra assurdo, così rispondo e dalla strada sempre la stessa ragazza mi dice: “Mi dai il tuo numero!”. Più un’affermazione che una domanda. “Nooo!” urlo nel citofono. E vado a chiudermi di corsa nella mia panic room, che altro non è che una stanza con la porta blindata. Ma non faccio in tempo a chiuderla e sono già dentro, perché la ragazza non è da sola. Ma con altri due, come sempre. Inizio a scappare, a correre di corsa giù per la strada. E loro mi rincorrono. Il più alto dei tre mi lancia della benzina da una tanica. Vuole darmi fuoco. Ma penso “Per riuscirci deve prendermi prima! Lui è lento e pesante, io sono più veloce e allenata. E poi la benzina evapora, l’olio no!” Così rubo una bottiglia che vedo su uno dei tavolini del ristorante lungo la strada e gli lancio il contenuto addosso nel momento in cui stava accendendo una torcia destinata a me. L’uomo inzia a bruciare lanciando urla terribili.
Finalmente mi sveglio e penso...certo che ‘sto numero.. glielo potevo pure dare!
(del 22/12/2009 @ 16:05:17, in Off Topic, linkato 107 volte)
(del 22/12/2009 @ 15:54:11, in Off Topic, linkato 102 volte)
(del 22/12/2009 @ 15:51:43, in Off Topic, linkato 107 volte)
(del 22/12/2009 @ 03:40:27, in Off Topic, linkato 88 volte)
Quando arriviamo a Mumbai è già notte. Non so se abbia fatto ritardo l’aereo più di quanto abbiano detto o se non abbiamo capito assolutamente niente del fuso orario locale, ma fuori è notte ed è pieno di gente. Mentre già sull’aereo avevamo avuto modo di assaporare il sorriso dell’India con un uomo dolcissimo che vedendoci in panne con la guida in mano ci aveva allungato un foglietto con su scritto “Do you need any help?” e aveva poi passato il resto del volo a spiegarci dove e come andare, secondo lui, in giro per l’India, l’impatto con Mumbai era stato del tutto diverso. Mumbai non puzza come Bangkok per fortuna, ma il rapporto spazio/gente è allucinante. Sembra di essere a una finale di coppa di campionato giocata in casa. Stentiamo a trovare il taxi che ci è stato assegnato, ma alla fine ci riusciamo ed arriviamo al luogo di appuntamento con nostro surfer, couch surfer, che ci ospiterà per tutta la nostra permanenza nella Maxium City. Ma Abhijeet è in ritardo, inzia a piovere come dio la manda, non abbiamo dove ripararci e iniziamo a credere che il couch surfing non sia poi stata una così bella idea, cazzo. E se è uno spacciatore? Un poco di buono, come avrebbe detto mia nonna? Abhijeet ci viene a prendere una con una macchinona che te la raccomando, ma non è la sua, del suo capo forse, e ci spiega che hanno lavorato fino a quel momento e si scusa molto per il ritardo. Quando arriviamo a casa abbiamo subito lo scontro con la realtà. Abhijeet è benestante, ma nonostante tutto non ha nulla. Casa sua è vuota. Un salone con dei cuscini per terra a mò di divano (che sarà il nostro letto), una libreria vuota con un televisore al centro e un lettore dvd ancora mezzo imballato per non fargli prendere troppa polvere, un piccolo corridoio, un piccola cucina con una lavello, una specie di lavatrice, un frigorifero vuoto, due stanze da bagno, una per il gabinetto e l’altra per la doccia, e la sua camera: aramadio, letto, tavolinetto e sedia. Fine della storia. E’ tutto. Abhijeet è molto timido all’inizio al punto da non sembrare molto “friendly” se non per le occhiate che mi lancia ogni tanto, il mio essere occidentale con le braccia perennemente di fuori e gli short mentre dormo deve averlo colpito in qualche modo. I nostri giorni a Mumbai passano velocemente, anche perché non è che ci sia molto da vedere. Isola degli Elefanti a parte. E poi il clima è pesante, il monsone non perdona e ci mettiamo un po’ ad abituarci, cosi’ i primi giorni passano in gloria con una visita parziale di una città che più di tanto non ci aveva esaltato, se non per il cinema e le persone che l’abitavano. Abbiamo deciso di vedere il sud dell’India, saltando la parte piu’ turistica, Goa, ma capire come arrivarci non è semplice. Per muoverti in India ti chiedono il passaporto anche per comprare un biglietto del bus, indirizzo di dove stavi e di dove andrai. Ma noi è grasso che cola che ci ricordiamo come ci chiamiamo, così ogni volta guardiamo un posto a caso sulla guida e inseriamo un indirizzo, tanto non lo controllerà mai nessuno.. scritto su quel pezzo di carta poi! :) Decidiamo di predere un treno, 36 ore, fino in Kerala, Alappuzha o Allepy che dir si voglia, qui tutto ha un doppio nome, quello britannico e quello indiano, che però è postumo e non tutti gli indiani sono d’accordo nel cambiare il nome a qualcosa che da sempre si chiama in un certo modo. Sleeper Class, 8 euro per un viaggio infinito. Ci sembra conveniente e poi.. vogliamo vivere accanto alle persone comuni questo viaggio, vogliamo vivere la gente, la popolazione, non abbiamo voglia di fare i turisti. Il treno non parte da Churchgate Station come tutti gli altri, ma da Lokmaya Tilak e in realtà la cosa ci resta anche più comoda perché è più vicina a casa di Abhijeet. Capire come muoversi non è esattamente una cosa facile in India e quindi in realtà non siamo nemmeno sicuri che il nostro treno si fermi dove speriamo, ma ci speriamo molto. La gente non ci guarda strano, ma è di sicuro incuriosita. Da questo punto in poi…inizia il nostro viaggio “western alone”. Almeno abbiamo scelto due cuccette buone, vicino la finestra, una sopra l’altra e sul corridoio, siamo liberi di muoverci come preferiamo. Durante il viaggio i venditori di cibo, Chai (the indiano) e coffè non danno tregua. Non si riesce a chiudere occhio, perché ogni due secondi arriva qualcuno che strilla qualcosa. Poi ad ogni stazione sale il mendicante storpiato di turno e la cosa non è più semplice. Dopo gli storpi delle mine della Cambogia credevo di aver visto tutto, ma niente è in confronto con i deturpati dal racket dell’India. Decidiamo che la cosa migliore sia regolarsi in base al comportamento degli altri. E così facciamo. Allontaniamo quando gli altri allontano, facciamo elemosina quando gli altri elargiscono. Ma ripeto, non è facile. Non è affatto facile. Si trascinano, camminano sulle anche, hanno buchi nel viso da cui si vedono i denti, sono ciechi. Sono poveri. Dannatamente poveri. Più poveri dei poveri con cui condividevamo la cuccetta. Ma a guardare il paesaggio che scorre, il tempo passa in fretta e il nostro è un viaggio on the road. Presto viene sera. La temperatura si fa più mite, la gente inizia a sonnecchiare… e le blatte ad uscire. Ogni fermata, ogni rallentamento del treno in cui le vibrazioni diminuiscono, le blatte iniziano il loro corso. All’inzio sono prevalentemente interessate solo a quello che trovano per terra. C’è una cosa che bisogna dire che degli indiani non mi è piaciuta. Non hanno un buon rapporto con i rifiuti. Mancanza di educazione, cultura o igiene, non lo so, ma qualsiasi cosa abbiano in mano, la buttano per terra lì dove si trovano. Così il treno è pieno di contenitori di cibo o bicchieri di Chai che ad ogni fermata si riempiono di blatte neanche un film di Dario Argento. Nonostante tutto la cosa mi rallegrava. Pensavo “Finche’ avranno che cercare per terra, non verranno qui su da noi”, ma l’idillio è durato poco. Appena passato il caldo afoso, hanno cominciato ad uscire e a camminare dovunque. Ogni blatta che si avvicinava a me era un urlo, una risata della signora di fronte e un sorriso del bambino che ingenuamente ci giocava di lato al finestrino che gli stava accanto. Scoperto che l’Amuchina spray non gli sconquinferava poi tanto, avevo fatto una barriera intorno a me. Avevamo anche l’insetticida, ma le motivazioni che ci hanno fermato sono state diverse. 1) Gli Hindu credono nella reincarnazione, non è esattamente amichevole fare una strage di cari davanti ai loro occhi; 2) Se avessimo dato luogo alla gasazione, avremmo gasato anche i nostri coinquilini di viaggio che on avrebbero di certo gradito cotal puzza ingiustificata dal loro punto di vista; 3) E se l’insetticida avesse dato luogo a un fuggi fuggi generale svegliando i nidi di blatte più reconditi e nascosti???. No, no, la cosa migliore era spruzzare sulle pareti intorno a noi un po’ di Amuchina ogni circa mezzora, alla fine è un acido! Le blatte, quando si trovavano in direzione, cambiavano strada e questo ci bastava. Ma con i ratti? Come fare con quelli? All’inzio ho sperato solo che fosse una blatta troppo grossa e veloce quella che avevo intravisto con al coda dell’occhio e Giò, che non aveva detto niente per non allarmarmi, ma aveva visto altrettanto, aveva sperato la stessa cosa. Ma c’era poco da fare. Quelli erano ratti e pure grossi. E non c’è Amuchina che tenga con loro. Capiamo che avremmo dormito poco quella notte. Probabilmente la causa erano le latrine, a cielo aperto col terreno o le scarse condizioni igieniche del vagone dopo piu’ di 20 ore di viaggio, non lo so, ma la vita di notte.. invece di essersi acquietata sembra moltiplicarsi. Peccato, le cuccette sembravano proprio comode!!! Ma nonostante le paranoie, le paure, le crisi isteriche e tutto quello che potete immaginarvi, il sonno ha sempre la meglio. E non so se qualche blatta o topo abbia camminato sulla mia faccia o sul mio corpo, ma so solo che sono crollata. Avvolta nel sacco a pelo, con la testa nel cappuccio della felpa, gli occhiali da sole e la bocca coperta dalla bandana, ho dormito. Svegliandomi ogni stazione, perché sapevo che le blatte si davano alla pazza gioia proprio in quel momento, ma ho dormito. Arriviamo nel Kerala che è ormai pomeriggio iniziato e Allepy non ci sembra gran che se non per i canali che la attraversano. Arriviamo con facilità alla clinica Ayurvedica di Joy Jacob, altro couch surfer, ma lui non c’è. Avevo già capito che la sua partecipazione alla cosa lasciava il tempo che trovava nel far pubblicità alla sua attività, ma alla fine non ci dispiace poi tanto, cercavamo una persona fidata con cui fare una crociera nelle backwaters e lui sembra ok per questo. Ci ospita la prima notte gratuitamente nella sua clinica e ci da libero accesso ad internet, ceniamo in un pessimo ristorante tanto elogiato nella lonley planet e la giornata finisce, siamo distrutti. La mattina ci svegliamo presto. Ha piovuto. E le nostre scarpe, che erano restate fuori dalla porta per regola dell’appartamento, erano fradice. Maledetto monsone. Joy arriva finalmente, si presenta, ci dice che la nostra barca è pronta, ma purtroppo a causa del periodo di festività indiana che abbiamo scelto, non è possibile viaggiare da soli, dobbiamo dividere una barca da 4 con un'altra coppia di indiani. La cosa non ci dispiace affatto, anzi, accettiamo entusiasti, saliamo sulle moto di Jacob e ci avviamo alla barca. Le backwaters si rivelano un vero paradiso terreste. Nessun racconto può restituire l’emozione del fluire mollemente su quelle acque a bordo di una ex chiatta per il trasporto del riso. Lo chef di bordo è da leccarsi i baffi e ogni volta che gli facciamo i complimenti arrossisce e si prodiga di inchini, ma siamo noi che vorremmo inchinarci a lui. La coppia che divide con noi la barca è simpatica e poi in India.. tutti parlano inglese! Così mi lancio in mille conversazioni e il tempo passa velocemente.. putroppo sta volta! Chiacchierando i ragazzi ci parlano di un paio di posti, Madurai, tempio di maggior afflusso di pellegrinaggio di tutta l’India che già avevamo pensato di andare a vedere, e Rameswaram. “Ma cosa ci vanno a fare a Ramesawaram? Non c’è niente oltre il tempio, è solo un luogo di culto quello!!” commentava lei “Si, ma se vogliono vedere posti non turistici, non possono non andare a Rameswaram!!!” e il ragazzo aveva ragione. Finita la breve crociera ci rimettiamo in viaggio e da Allepy ci saliamo sull’autobus per Trivandrum. GLI autobus. Sono infatti molteplici i cambi che siamo costretti a fare prima di arrivare in questa ulteriore polverosa e chiassosa città dell’India. Ma il panorama è fantastico e poi fa un certo effetto vedere tutte queste bandiere con falce e martello. Il Kerala fu il primo stato al mondo a eleggere liberamente un governo comunista. Lo leggo sulla guida e quasi non ci credo. “Mentre questa ideologia non ha avuto molta fortuna nella maggior parte dei paesi nella quale è stata applicata in modo pratico, la particolare miscela di principi democratico-socialisti del Kerala ha avuto un notevole successo. L’economista Amartyea Sen, insignito del premio Nobel, ha definito il Kerala ‘Lo stato Indiano maggiormente avanzato a livello sociale’. […] Il tasso di alfabetizzazione (91%) è il più alto tra le nazioni in via di sviluppo. […] Il tasso di mortalità infantile nello stato è un quinto della media nazionale, mentre l’aspettativa di vita si attesta intorno ai 73 anni, 10 anni in più del resto del paese”. E non posso che dare ragione alla guida questa volta. Il Kerala è proprio uno stato a parte. Si respira un’aria migliore. Di povertà, ma non non più di disperazione assoluta. A Trivandrum di lunedì è tutto chiuso, così decidiamo di non fermarci in città, dove forse oltre alcuni musei e punti di attrattiva, per l’appunto chiusi, ci sarebbe stato poco da vedere, ma di andare direttamente a Kovalam, luogo di mare e relax. A Kovalam incontriamo di nuovo qualche altro occidentale, ma possiamo comunque contarci sulla punte delle dita di una mano. E’ un posto di vacanza, ma per Indiani, e di nuovo la cosa ci piace, se non per il fatto che a Kovalam il bagno si fa vestiti. Special modo le donne! Le altre due ragazze occidentali erano in un mezzo buchini, ma io non ci riesco. Gli occhi degli uomini non appena inzio ad arrotolarmi i pantaloni per tentare di non bagnarli diventano talmente pesanti che perdo il senso della ragione e litigo con il mio compagno di viaggio. Ervamo stanchi e per me quella era davvero una situazione difficile da sostenere. Speravo finalmente di potermi rilassare un po’.. e invece niente! Dopo una sonora scazzata durata tutto il pomeriggio, io e il mio amico facciamo pace e decidiamo di cenare in uno dei ristorantini che servono direttamente sulla spiaggia. Il posto è fanastico, il cibo anche. Non tutti i locali hanno la licenza per gli alcolici, così quando ordino una King Fisher, la birra locale buonisssSSSsssima, il cameriere mi dice prima che deve andare un attimo a comprarla, e quando poi me la porta, mi chiede di non tenere la bottiglia sopra il tavolo, ma sulla sabbia. Io che odio il pesce lo trovo divino e finalmente capisco perché mio padre adorava così tanto mangiarlo. Perché ha passato la metà della sua vita su quelle spiagge a farselo cucinare. E nuovamente ritrovo in una terra che non conosco, un pezzo di un uomo che non ho mai capito fino in fondo. Mi commuove l’idea che dieci anni prima abbia potuto guardare lo stesso tramonto, cenare nello stesso ristorante.. .e tenere tra le gambe la stessa birra. E per la prima volta come non mai, mi sento veramente figlia di mio padre. Ma il tempo a Kovalam scorre ancora più veloce ed è già tempo di ripartire. Dopo una mattinata di shopping selvaggio, perché i prezzi dell’argento e la qualità degli abiti sono in assoluto i migliori che fin ora abbiamo incontrato, dobbiamo ripartire. Fare shopping in India è un po’ come sentirsi Julia Roberts in Pretty Woman. Tutti gli abitanti del villaggio, non appena ci vedono con più di una busta in mano, capiscono che abbiamo deciso di spendere, e ci chiedono di comprare da loro. “Please, give me a chance to make a business today”. Ma accontentarli tutti è impossibile, anche perchè per quanto maggiori delle loro, le nostre risorse sono alquanto limitate. Come in ogni paese dell’Asia che si rispetti, la contrattazione poi è d’obbligo. Questo perché con il turista il mercante parte con un prezzo che se è va bene…è quadruplicato. Mi innamoro di una sovraccoperta matrimoniale per il letto ricamata a mano. Piena di elefanti, colori e pajettes! Io adoro gli elefanti! Ma ogni volta i commercianti dei negozi mi urtano. Sono arroganti. Non mi piace il modo in cui tentano di vendermi/fregarmi e decido ogni volta di non acquistare la mia amata coperta. Fino a che mi viene in contro un pescatore. Alto, vestito di bianco, turbante, pantaloni lunghi. Sorriso dolcissimo nascosto tra le rughe del viso mangiato dal sole. Vecchio. Troppo vecchio per andare ancora in mare. Forse aveva capito o era stato solo fortunato, non lo so. Ma aveva con sè una coperta, quella che mi piaceva. Si avvicna, mi avvicino. Gli chiedo quanto voglia, mi dice 4000 Rupie. Gli rispondo secca che non gliene avrei date più di 1000, le stesse che avevo offerto ai negozianti precedentemente. Il pescatore allunga le sue braccia con la coperta in mano e mi regala il suo sorriso più grande. Era chiaro che la stavo pagando più del doppio, ma per erano erano neanche 15 euro e per lui… diverse settimane di sopravvivenza. Quando lasciamo Kovalam sentiamo che ci mancherà, ma il tempo stringe e vogliamo vedere ancora molto. Da Trivandrum prendiamo un autobus notturno per Madurai, di treni ne abbiamo avuto abbastanza e gli autobus, per quanto più scomodi, si rivelano nettamente più puliti. Non abbiamo ancora deciso cosa fare, ci siamo detti che una volta arrivati a Madurai, avremmo potuto scegliere, in base agli autobus disponibili, se fermarci o se proseguire direttamente per altre mete. Arriviamo a Marudari nel cuore della notte e l’autobus per Rameswaram, la meta di pellegrinaggio, parte dopo neanche mezzora. Decidiamo di prenderlo. Nostante l’orario, l’autobus è pieno di gente e a bordo c’e’ un televisore che passa solo film, d’annata e non, di Kollywood. Kollywood, al contrario di Bollywood che è del centro nord, è l’industria del cinema del sud dell’India e i suoi film sono caratterizzati dai personaggi principali maschili tutti bassi, tarchiati, e con i baffi importanti. A diffrenza di Bollywood, i film di Kollywood si rivelano strazianti, pallosissimi e dalle musiche insopportabili. Ed è cosi’ che la scomoda notte verso Rameswaram si trasforma in una delle più lunghe di tutto il nostro viaggio. Ma mai avremmo potuto immaginare che tanto valesse la pena quello strazio. Rameswaram non è altro che un piccolissimo paese alla punta estrema dell’India. Un istmo di terra minuscolo di fronte allo Srilanka, una strada principale asfaltata fino a un certo punto, tanti viottoli sabbiosi ai lati, mare, sole, sorrisi, vacche e capre che vivono libere per la città brucando per terra.. il niente! Rameswaram si sta ancora rimettendo in piedi dallo Tsunami del 2001 e nonostante sia una delle città più lontane dal fulcro colpite, i segni della devastazione sono violenti e talmente tanti che fanno male. Ma gli abitanti, gli abitanti sono stupendi! Siamo gli unici due occidentali che probabilmente abbiano mai visto dopo gli aiuti umanitari, e i bambini più piccoli, che non superano di due anni o tre di vita, sembrano davvero non aver mai visto prima una carne così bianca come la nostra. La loro è nera, neanche fossero nati in africa e noi siamo davvero ridicoli al confronto. Questi bimbi.. ci guardano con aria sospetta.. come chi si chiede quale malattia possa aver mai sbiancato tanto un’essere umano!?! :) A Rameswaram non c’è davvero niente se non un tempio decrepito mangiato dalla violenza del mare e tanti ristoranti, nessuno con menu in inglese. Non è proprio un posto per turisti. E non c’è cosa che possa renderci più felici. Per strada ci sorridono e ci fermano come fossimo delle star. Ci chiedono da dove veniamo a alcuni non sanno neanche cosa sia l’Italia. Ma tutti ci danno il benvenuto e ci regalano il loro sorriso più grande. Quello della vita. Le condizioni igieniche dei ristoranti non ci sembrano delle migliori, ma decidiamo che se siamo sopravvissuti al treno, possiamo superare qualsiasi prova ormai, e ci fermiamo al primo che dall’odore ci ispira. L’avventore, tanto per cambiare, è meravigliosamente affabile, ci accoglie come gli ospiti del giorno, ci serve al tavolo anche se il servizio è self service, e ci offre due vassoi di riso su foglia di palma e salse varie a base di ceci e.. poi non saprei. Ma che buone!!! Unico particolare... le posate! In India le posate non si usano e noi finalmente eravamo in un luogo completamente turistic free! E quindi posate free! :) Io mi guardo intorno, rinfresco i ricordi dei racconti di mio padre, infilo tre dita nel riso e comincio a mangiare. Ragazzi che gusto!!! Mangiare con le mani è un altro pianeta! L’avventore però nota che il mio compagno di viaggio è alquanto in difficoltà.. così.. tanto per non mancare alla sua disponibilità, decide di inventare con una foglia di palma, un cucchiaio, che porge a Giò.. che finalmente comincia a mangiare più sereno. Quanto abbiamo speso? Cinquanta centesimi di euro, in due. Compresi di due fanta e due pepsi. Il Tamilnadu oltre ad essere meravigliosamente amichevole è anche micidialmente economico. Dopo il pranzo, prendiamo un risciò per andare a Dhanushkodi, la spiaggia che divide l’India dallo Srilanka. Decidiamo che vogliamo vedere le rive dell’altro stato e ci incamminiamo in quella che si rivelerà la più stancante ed emozionante delle nostre avventure. Dhanushkodi è una lingua di spiaggia in mezzo all’oceano indiano e il golfo di Mannar, ventosa e infinita. Dopo pochi chilometri a piedi dalla fermata dell’autobus dove ci aveva lasciato anche il risciò, siamo in mezzo al nulla. Solo io e Giò. Non soffermatevi tropo pensarci, potrebbe venirvi un attacco di panico! E alla fine non ce l’abbiamo neanche fatta a vedere lo Srilanka, il sole, il vento, la tempesta di sabbia, ci ha sfiancato dopo soli 5 km quando già il pensiero di tornare indietro era qualcosa di devastante. Abbiamo incontrato una cagna incinta, una chiesa abbandonata, un pesce palla morto dalla paura in riva, e ho raccolto le più belle conchiglie che abbia mai raccolto sulla riva di una spiaggia in vita mia. Ma nonostante questa paradisiaca sensazione di vivere ai confini del mondo, siamo dovuti tornare indietro. Alla fermata del bus i bambini ci chiedono penne e matite, ma noi siamo stati così stupidi che non ci siamo portati niente. E poi siamo cotti. Cotti di stanchezza e non vediamo l’ora di tornare in albergo, il più fico di tutto il paese.. non che l’unico! Quando arriviamo nella hall il sorriso degli albergatori evince il fatto che finalmente abbiamo preso un pò di colore! Ci siamo ustionati! :) Ma è stata la più bella giornata della nostra vita. Peccato doveri ripartire subito. Madurai ci aspetta, ancora due giorni e poi si torna in Italia. Così di prima mattina riprendiamo lo stesso bus e torniamo a Madurai. Seguiamo le indicazioni della guida che si rivelano sbagliate e ci ritroviamo in un albergo a 5 stelle deluxe, ma siamo troppo stanchi per cercare qualcos’altro, e sebbene l’idea di risparmiare ancora un pò non ci dispiaccia, ci ricordiamo sempre che in euro, quel mega hotel alla fine non è che costi poi molto, e lì decidiamo di fermarci. Madurai è una città tempio. Non c’è altro. Ma varcate le soglie di quel luogo sacro, l’aria che si respira… è tutt’altra cosa! Purtroppo noi non siamo Hindu e non abbiamo accesso a tutte le aree del tempio, ma quello che c’è intorno basta a farci entrare in una dimensione spirituale che difficilmente avevamo toccato prima, se non quando c’eravamo ritrovati da soli con noi stessi su quella infinita spiaggia. Siamo a piedi nudi, come la regola esige e la pietra del tempio è calda e piacevole e gli altoparlanti ripetono un mantra che mi riempie di pace. È una senzazione strana. Noi occidentali non siamo più abituati a dimenticarci delle scarpe, ad assaporare il contatto con il terreno, a farci elevare dal piacere che questo certe volte emana. Ma è bastato poco, Dopo neanche un’ora in giro per il tempio, ci siamo ritrovati scalzi in mezzo a un mercato che non c’entrava niente con tutto il resto! C’eravamo persi, sbagliati!!! Ma tanto oramai.. era così bello camminare a piedi nudi… perché smettere???? Nel mercato vengo marcata stretta da una ragazza in cinta che a tutti i costi vuole vendermi due cavigliere di silverplate, che per convincermi tira fuori qualche frase italiana mista a una dozzina di sorrisi e mi mette in fronte un punto rosso. Ora si che mi sento proprio parte di questo paese. Ho il terzo occhio, due tipiche cavigliere e al braccio una fila di bangles (braccialetti votivi) di vetro colorati che un commerciante mi ha regalato in cambio di un sorriso. Un sorriso! Quello che l’India ha marcato a fuoco nel mio cuore. C’ho messo mesi prima di riuscire a rielaborarlo. L’ho dovuto sedimentare, digerire e fare mio, prima di riuscire a regalarvelo con la stessa dolcezza. Spero di esservi riuscita e con questo ad agurarvi buon Natale. Buon Natale da me e dalla mia India.
(del 22/11/2009 @ 23:53:44, in Off Topic, linkato 164 volte)
Non so che infanzia abbiate avuto voi, ma io sono cresciuta al cinema. Mio padre non era un uomo capace di avere a che fare con una bambina, così non sapendo come gestirmi nei giorni che dovevamo passare insieme, mi portava o al Lupark o al cinema. Ma il Lunpark per una giornata intera costava troppo due volte la settimana e così, preferiva quasi sempre la sala cinematografica. Lì infatti lui poteva dormire senza troppo essere disturbato e io guardare a ripetizione il film che avevo scelto fino a che la maschera non ci mandava via perché stavano chiudendo. Il sabato e la domenica per anni sono stati quindi i miei giorni preferiti. Amavo il cinema! Se mi concentro riesco ancora a sentire l’odore del pop-corn in busta e della polvere delle poltroncine rosse in cui sprofondavo perché non riuscivo nemmeno a toccare per terra. Così, grazie a quel cinema che guardavo più o meno 96 giorni l’anno, ho cominciato a vivere in un mondo dove spesso io stessa nella mia mente parlavo in terza persona di quello che mi stava accadendo perché, come in ogni buon film che si rispetti, in quello della mia vita non poteva certo mancare la voce fuori campo.
“Visto? Io sono l’unico ad avere una visione di insieme! Ecco quello che chiamano genio!” (Basta che funzioni – Woody Allen - 2009)
Adoravo Bud Spencer e Terence Hill e non so quante volte ho visto e rivisto “Io sto con gli ippopotami”. Credo di avermici fatto portare per tutta la durata in sala. L’altra mia grande passione erano i film di Celentano e Pozzetto! “Lui è peggio di me”, che li vedeva addirittura insieme sulla scena era in assoluto il mio film preferito, e penso anche per questo di aver consumato la poltroncina. Ma i preferiti di mio padre erano i film romantici. Niente scazzottate in video o fragorose risate in sala che potessero svegliarlo. E così, per colpa del più cinico e menefreghista degli uomini, sono venuta su come l’ultima delle romantiche. Casablanca, Il Dottor Zivago, Love Story, Via col Vento, Vacanze Romane, Ufficiale gentiluomo, Pretty Woman, Dirty dancing, Harry ti presento Sally. Mentre mia madre gridava in casa l’inno “Al rogo gli uomini!!!” io crescevo con l’idea che l’unico amore possibile nella vita fosse quello romantico. E diciamocelo, dai, alla fine non è forse una gran cazzata?
Tutti i film si tradiscono su questo. Anche quelli che ammettono che l’amore romantico è solo una trovata Hollywoodiana.
In “The mirror has two faces” - “L’amore ha due facce” con Barbara Streisand e Jeff Bridge, lei tiene una lezione pazzesca in un aula di università proprio sull’amore romantico. A un certo punto dice “Il vero amore ha una dimensione spirituale mentre l’amore romantico non è altro che menzogna, illusione, un mito moderno, una manipolazione priva di anima. E a proposito di manipolazione, quando andiamo al cinema, noi vediamo gli innamorati che si baciano sullo schermo, la musica aumenta di volume e noi ce la beviamo, giusto? E così quando il mio ragazzo mi porta a casa e mi da il bacio della buona notte se non sento la Filarmonica io lo mollo! Ora la domanda è: perché ce la beviamo?” Ecco, pure questo film come tutti i salmi, finisce in gloria. Anche lo stesso “Is just not that into you”, il problema è che non gli piaci abbastanza”, dopo aver preso per il culo le donne per più di due ore, raccontandone nei minimi particolari i più profondi difetti e lati deboli, regala loro la presa per il culo finale! Alex torna da Gigi! Ma quando si è mai visto??? Solo al cinema! Se avessimo davvero potuto vedere il seguito, Alex si sarebbe stancato di Gigi dopo una settimana, perchè Gigi è una grassa ansiogena ipocondriaca che ha bisogno di gestire la vita altrui per sentire la propria sotto controllo e avrebbe trovato il suo Alex a letto con la strafica bionda, con cui da anni faceva altro che partite alla play station.
Ma invece “Ci beviamo”, dopo due ore di denigramenti contro il genere femminile, che anche le sfigate possono essere “l’eccezione”.
E cosi’ ci innamoriamo dell’idea che anche per noi un giorno arrivera un Richard Gere che ci porterà via in spalla dalla fabbrica per sposarci e regalarci una vita migliore, oppure che salirà per noi una scala anticendio pur soffrendo di vertigini solo per dirci ti amo.
In ognuno di questi film (e da notare che il 90% di questi sceneggiatori appartiene al genere maschile) c’è un uomo che fa lo stronzo come pochi e poi, miracolosamente, la sua immagine viene riabilitata in extremis.
Perchè? Perchè torna indietro a giurare amore eterno! Torna indietro a dire “Mi dispiace” oppure “Io ti salverò”.
“Nessuno può mettere Baby in un angolo” (Dirty Dancing)
“E non è perchè mi sento solo, e non è perchè è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perchè quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile!” (Harry ti presento Sally)
“Certo, si, si è così, il fatto è questo…hai ragione, mi sono talmente abituato a tenermi a distanza di sicurezza da tutte le donne, ad avere un potere… che non sapevo più cosa si prova quando veramente ti innamori di una di loro… non lo sapevo…”. (“Is just not that into you”,)
Niente più e niente di meno della parabola del figliol prodigo.
Non so che dire. Di Hollywoodate ne ho fatte parecchie nella mia vita sentimentale, fedele a quel amor romantico che mi sarebbe piaciuto vivere, ma non ho mai trovato nessun uomo alla mia porta, nè a chiedermi scusa, nè a giurarmi amore eterno. Eppure di molti sono consapevole che non abbiano mai smesso di pensarmi. Ma questo nella vita vera non basta. Nella vita vera ti accontenti, non ti esponi al rischio o al cambiamento.
Eppure io non ci riesco, non mi basta sapere che potrei avere accanto una persona che mi ama. Io voglio le campane, io voglio la Filarmonica nel mio stomaco ogni volta che incrocio il suo sguardo, voglio quel feeling magico che ti stordisce ogni volta che ci pensi, voglio quella passione travolgente, voglio quella confidenza inspiegabile anche se infondo è solo la prima volta.
Gli uomini sopra i trenta non sanno più riconoscere questa passione, gli uomini sotto i trenta non hanno il coraggio di viverla.
Sono combattuta. Una parte di me aspetta il fantomatico che torni a bussare alla sua porta, mentre l’altra lo sa.
Semplicemente accadrà. Quello che deve accadere accadrà.
“Senza pretese, senza campane, senza colombe nè titoli di coda.[…] Perchè la persona giusta non è quella che ti stravolge la vita, anche se è piu' facile crederlo. Ma quella che non te la cambia affatto. Semplicemente ne prende parte, piano piano, fino a diventarne l'ingrediente principale. E tu il suo. Certo, suona meno romantico. Ma a me l'idea non dispiace affatto.” (auto cit.)
“Ecco perchè non lo dirò mai abbastanza: qualunque amore riusciate a dare o ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o procurare, qualunque temporale ad energizione di grazia: basta che funzioni. E non vi illudete. Non dipende per niente dal vostro ingegno umano, più di quanto non vogliate accettare è la fortuna a governarvi.” (Basta che funzioni – Woody Allen )
(del 10/11/2009 @ 01:36:34, in Off Topic, linkato 75 volte)
Questo il titolo del mio prossimo quadro.
Ma sarà un murales.
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31/07/2010 @ 10.22.03
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