Avendo iniziato a progettare nella seconda metà degli anni Sessanta ho una appartenenza culturale che non ritrovo nel design degli ultimi anni. Ho collaborato con Achille Castiglioni e, più a lungo, con Vico Magistretti. Perciò i maestri non li ho conosciuti sui libri ma nella vita reale.
Non è possibile confrontare il design dei Cinquanta-Sessanta con il design degli ultimi anni. Troppe sono le differenze socioeconomiche e, tra le due temporalità, c’è la maturazione dell’industria italiana e la sua conquistata leadership nel design per l’arredo a livello mondiale. Ma c’è anche l’internazionalizzazione delle fonti creative, cioè quel grande fenomeno di colonizzazione internazionale della creatività, che ha permesso di considerare come parte del design italiano Richard Sapper e Philippe Stark (e molti altri) dando loro appartenenza culturale e, contemporaneamente, aprendo il fenomeno Design Italiano al mondo. Una operazione da Impero Romano. Tra il design Cinquanta-Sessanta e quello più recente c’è una linea di sviluppo continua senza soluzione di continuità. Questa è la principale ragione della sopravvivenza di un fenomeno culturale che dura da oltre mezzo secolo e, per nostra fortuna, continua a durare. A mio avviso, la linea di continuità è nella trasformazione del rapporto tra designer e imprese. Negli anni Cinquanta-Sessanta c’erano le piccole imprese artigiane di grande qualità e pochi designer geniali con un mercato nazionale e internazionale, da inventare, ma molto vasti e con poca concorrenza. Quelle piccole imprese sono diventate negli ultimi anni medie industrie (solo alcune grandi) in un mercato mondiale molto competitivo e dove il marketing la gioca da padrone.

Dove c’è molto marketing si alza il livello medio, si allarga la base distributiva e produttiva (quando va bene) ma si riduce la possibilità d’emersione della genialità creativa. Chi produrrebbe oggi la poltrona sacco di Zanotta?
All’inizio i creativi sono importanti quanto l’impresa e commerciali e finanziari sono in secondo piano. Poi, via via, diventano sempre più importanti l’impresa, i commerciali (che sono diventati marketing) e gli amministrativi/finanziari. In fine, quando l’impresa è cresciuta, diventano fondamentali il Marketing e la Finanza. E lì il ciclo inizia la sua discesa perché la finanza deve fare previsioni “certe” e il marketing deve garantirle. Ma per dare garanzie il marketing non può osare sul nuovo, sul non prevedibile, perciò continua a rimasticare l’esistente. In queste condizioni gli uomini che all’interno delle aziende sanno riconoscere la creatività vengono espulsi perché non omogenei. Perché parlano una lingua diversa.

Questo il fenomeno. I risultati sono che oggi abbiamo un buon livello medio sia nella qualità oggettiva sia nella creatività. Ma non abbiamo quella genialità, quello scatto creativo che ha reso gli anni Sessanta-Settnata insuperabili. Bisogna prenderne atto e capire come ricostruire quel rapporto originale, tra imprese e creativi, che così bene ha fatto al design italiano negli anni passati. Bisogna ricucire i saperi con gli strumenti e non confondere gli strumenti con i saperi.